Nel 1991 un signore di origini latine che aveva vinto tre titoli mondiali e non due come Alon­so, disse che la «Ferrari si guida come un camion» e venne licen­ziato dal vero autista del camion.
Il disoccupato si chiamava e si chiama Alain Prost. Per cui non proprio un parvenu dei motori. Una manciata di anni dopo giun­se a Maranello un s­ignore tutt’al­tro che latino che aveva vinto due mondiali proprio come Alonso, per di più con lo stesso team ben­ché sotto altro nome, la Benetton diventata Renault diventata Lo­tus. E per di più con lo stesso capo squadra, cioè Flavio Briatore di­ventato Billionaire diventato show man diventato mezzo poli­tico. Questo signore venne accol­to su tappeto rosso e riverito qua­le profeta a indicare la via. Più o meno quanto successo ad Alon­so. Nel 1999, dopo quattro stagio­ni a vincere di tanto in tanto, a sfiorare mondiali, a far figure di emme come a Jerez 1997 quan­do provò a buttar fuori Villeneu­ve, dopo quattro anni questo si­gnore crucco di nome Schumi si era ritrovato esattamente come lo spagnolo. Deluso e beffato. Do­po cinque gp era in testa al mon­diale, poi aveva pasticciato in quel del Canada, andando a sbat­tere, e Hakkinen era passato avanti in classifica. Anche Alon­so ha pasticciato quest’anno, ve­di Malesia, vedi Bahrein, e il Ca­nada pure stavolta ha fatto da spartiacque tra la buona e la catti­va Ferrari. A ben vedere, però, a Schumi andò parecchio peggio: perché a Silverstone ‘99 si era fra­t­turato la gamba destra a causa di un botto provocato da un proble­ma di spurgaggio dei freni. Era stata dunque colpa del team, ma lui non aveva detto niente, non aveva accusato nessuno.
E ora. Ora provate a immagina­re che cosa avrebbe detto e fatto e lanciato per aria e sparato l’Alon­so furioso al posto suo. Se chiede in regalo per i 32 anni compiuti ie­ri «l’auto degli altri»,se il suo ma­nager si fa vedere allegramente a chiacchierare con il team boss Red Bull, se motiva simpatica­mente i tecnici di Maranello di­cendo «agli altri invidio Newey progettista Red Bull, io do tutto, ma non ho il pennarello in mano a Maranello per disegnare mac­chine », ecco, che cosa avrebbe potuto dire al posto di Schumi?
Al presidente della Rossa la co­sa non è andata giù. Montezemo­lo ha preso il telefono e ha chia­mato lo spagnolo: «A tutti i gran­di campioni che hanno guidato per la Ferrari è sempre stato chie­sto di anteporre gli interessi della squadra a quelli personali… Non mi sta bene una Ferrari come quella che ho visto in gara… Gli sfoghi non giova­no a nessuno».
A questo punto il parallelo con Schumi è dove­roso. Quando Michael si fece ma­le aveva 30 anni suonati e il pri­mo dei cinque mondiali ferrari­sti sarebbe andato a vincerlo solo a quasi 32 anni. Fernando è in me­dia, solo un poco in ritardo. E co­me Schumi se ne è visti sfuggire un paio all’ultimo. Solo che do­vrebbe andare a lezione dal ma­scelluto. Che fece vera squadra. Fin dall’inizio.Che si caricò sulle spalle migliaia di test, altro che saltare quelli importantissimi di Silverstone per le nuove gomme come fatto da Fernando e non fat­to da Vettel. Schumi che tirò an­che e spesso giù gli dei dall’olim­po, ma lo fece sempre nelle segre­te stanze maranelliane, mica in spiaggia come lo spagnolo. Persi­no Jean Todt, come Stefano Do­menicali adesso, un giorno sì e l’altro pure era dato partente e trombato. Ma il campione tede­sco mai mise il carico da novanta a inguaiare i vertici. Cosa che in­vece Fernando fa. «Noi possia­mo dargli solo un’auto miglio­re », ha detto imbarazzato Dome­nicali. In cambio la Ferrari di allo­ra, e qui entriamo nella leggende solo narrate, non si dannò più di tanto per far vincere il mondiale in sua vece a Eddie Irvine. Letto e vociferato allora parve eresia. Let­to e ricordato adesso sembra poe­sia: tu hai aspettato noi, noi aspet­tiamo te.
Alleanza e famiglia che invece oggi sembrano non esistere. Ora Alonso assomiglia più al Valenti­no Rossi dell’ultimo anno in Du­cati. In conflitto. Su tutto, poi, quei sorrisi maliziosi e le non smentite al colloquio tra il mana­ger dello spagnolo e il boss Red Bull Horner («i discorsi con i pilo­ti e i loro rappresentanti restano confidenziali, ma è innegabile che qualcuno è interessato a un volante da noi…» ha detto il bibi­taro) che fanno sì parte del gioco fra team, però il campione iberi­co non dovrebbe approfittarne. Perché è vero: nel 2014 ci sarà un posto libero a fianco di Vettel, ma è vero anche che Massa è a ri­schio e allora accanto al Fernan­do furioso potrebbe arrivare qualche voglioso e talentuso gio­vane (Sutil, Hulkenberg) o qual­che prestigioso vecchio, magari persino Raikkonen visto che pro­prio ieri è stato ufficializzato l’ex dt Lotus Allison (da settembre di­rettore tecnico Ferrari, ridimen­sionato Pat Fry). E a quel punto su quale vincolo di riconoscenza potrebbe contare lo spagnolo nel team?

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