Non è la stessa pista, non è la stessa città, ma è lo stesso Paese, il Brasile, quello che ospitò il primo Gp dell’avventura Minardi in F1. Anno 1985, team debuttante con pilota debuttante, Pier Luigi Martini. Cose che a pensarle adesso fanno nostalgia e rabbia al tempo stesso visto che sarebbero impossibili. C’è anche un video sul sito www.minardi.it con le interviste Rai a Gian Carlo e al suo pilota, interviste a caldo che raccontano, anche quelle, una F1 che non c’è più. C’è persino il grande Clay Regazzoni che racconta di «questo giovane costruttore romagnolo al debutto… Gian Carlo Minardi» e c’è soprattutto Gian Carlo emozionato e sicuro e fiero di aver concretizzato un sogno di cui parla con l’umiltà che ha sempre contraddistinto la sua carriera. Dice: «In attesa del motore turbo dell’ingegner Chiti, speriamo di far divertire la gente. No, non è stato traumatico debuttare in questo ambiente… è da anni che lavoriamo intensamente per entrarci… Una F1 che nasce dal nulla può accadere solo in Romagna? No, però è vero che abbiamo la testa dura e abbiamo creato questo team dopo tanti anni di gavetta e Formula 2… Ed è un onore, una grande soddisfazione sapere che c’è una squadra che porta il tuo nome… Comunque è solo il primo gradino del traguardo prefissato».

Parole a caldo di allora. E adesso le parole di oggi che raccontano del ricordo di quel giorno risvegliato dalla gara che si corre  domenica a San Paolo. Circuito diverso, però. Città diversa, però. Al tempo si correva a Rio, sulla pista di Jacarepagua, ora a San Paolo, a Interlagos. Ultimo atto di una stagione che vede l’addio di Massa alla Ferrari e di Webber (che debuttò proprio con la Minardi) alla F1. Quanto alla gara, l’unica vera incognita sarà capire se la Lotus si dimostrerà anche qui, quanto a prestazioni, la seconda forza del campionato, e quanto la pioggià condizionerà tutti. A partire dalle libere di oggi.

Ma ora il ricordo di Minardi su quell’esordio di quasi 30 anni fa vero spaccato di uno sport completamente cambiato e di opportunità che non esistono più. E mai più torneranno. Peccato…

- di Gian Carlo Minardi -

Quello di Rio è stato un debutto a tutti i livelli, sia come telaisti che nell’assemblaggio del motore. Saltato infatti l’accordo con l’Alfa, abbiamo affrontato le prime due gare con un motore aspirato e successivamente con un propulsore turbo, trovandoci a combattere contro colossi come Ferrari, BMW, Ford e Renault, da privati. Arrivavamo da una consolidata esperienza come costruttori in F.2, ma ci trovavamo davanti ad una avventura tutta da scoprire in F.1 . Un piccolo team con una macchina con pochi chilometri alle spalle – costruita con una scocca in sandwich di alluminio, honecomb, con interposta fibra di carbonio e kevlar – dovevamo imparare tutto, dalle procedure di pista a conoscere la vettura. Ricordo con piacere che in quegli anni l’assegnazione dei box era casuale, e non dettata dall’ordine in campionato. Pertanto potevi trovarti in mezzo tra Ferrari e McLaren o Williams, Lotus e Renault con la possibilità di osservare il loro lavoro e quindi di incamerare esperienza.  Il passaggio dalla Fformula 2 alla Formula 1 è stata la conseguenza della strategia seguita dall’azienda, che prevedeva di costruire una vettura con cui correre direttamente, e non per rivenderle a terzi. Eravamo arrivati al punto di avere un organico numeroso per costruire e gestire una F.2, ma non ancora strutturati per la massima serie. Si rese necessario comunque un salto di categoria. Avevamo dimostrato di saper costruire telai, ma il nostro tallone al debutto era certamente il cambio di motorizzazione a stagione inoltrata. Insieme alla Tyrrel eravamo gli unici equipaggiati con un aspirato e, nonostante la loro esperienza, riuscivamo a lottare alla pari. Mi fa piacere sottolineare che con il sistema attuale di assegnazione punti, nonostante tutti i problemi di gioventù incontrati, avremmo potuto conquistare già nella prima stagione i primi punti nel Mondiale, grazie all’ottavo posto di Martini in Australia.

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