(Qui di seguito il mio articolo uscito oggi su il Giornale)

Avanti così a tergiversare, a sfogliare la margherita, a non svelare dove diavolaccio andrà a correrà l’anno prossimo, e Fernando Alonso più che restare senza volante rischia di ritrovarsi senza F1. Nel senso di sport, di campionato, di serie, di mondiale. Perché il Circus sta perdendo i pezzi. E non si faccia l’errore di pensare che, in fondo, Caterham e Marussia fallite alla vigilia del Gp di Austin siano pezzi piccoli. Pesano tanto nell’economia della F1 e infatti, appena cadute, hanno subito fatto molto rumore. Anche perché le due squadre sono finite gambe all’aria proprio nella settimana che precede la corsa di domenica negli Usa, mercato ambitissimo dalla F1 e da Ecclestone e da Todt e dalla Ferrari e dalla Mercedes e dalle bibite energetiche Red Bull e però anche Paese, l’America, che non ha dimenticato lo splendido show offerto dalla F1 quando nel 2005, a Indy, scattarono al via la bellezza di sei monoposto: due Ferrari, due Jordan e due Minardi. Erano gommate Bridgestone. Gli pneumatici Michelin di tutte le altre non reggevano in curva. Il pubblico americano ha ancora negli occhi la tremendissima battaglia per la vittoria tra Schumacher capo squadra e Barrichello gregario. Ovviamente vinse Schumi. Anche molti ragazzi delle squadre ricordano quel week end senza storia e soprattutto il lunedì dopo quando anziché presentarsi in aeroporto con le divise griffate dei team e firmare autografi, fu a tutti consigliato di indossare abiti anonimi. Tra le spiegazioni, queste: i tifosi a stelle e strisce amano lo sport, non amano essere presi in giro e hanno tutti il porto d’armi.

Non siamo a questi livelli di sputtanamento, ma la gente di Austin ci fa caso: al via ci saranno diciotto monoposto. Non bello. Brutto segno. Lo sa bene il presidente della Fia, Jean Todt, che infatti ha ieri colto al balzo l’occasione per tornare alla carica sulle necessità di imporre un taglio vigoroso alle spese dopo che la sua idea sul tetto ai costi era stata rimbalzata dai team mesi fa. «Quanto sta accadendo giustifica la posizione presa dalla Fia in favore di qualsiasi iniziativa volta alla riduzione dei costi e che garantisca la sopravvivenza dell’attuale griglia». Che si sia davvero alla vigilia di un cambiamento?

Avanti così, si potrebbe persino tranquillizzare l’indeciso Alonso. Perché uno dei modi ipotizzati – e probabili – per tornare a griglia piena nel 2015 è schierare tre monoposto per team. Per cui, Nando potrebbe persino non fare alcun annuncio e restarsene in Ferrari con Vettel e Raikkonen. Scherzi a parte, una norma del Concorde Agreement prevede che a schierare le tre monoposto siano i tre team meglio piazzati all’epoca in cui fu raggiunta l’intesa: Red Bull, McLaren e Ferrari. Niente Mercedes, fra l’altro tiepida sul tema anche perché già fornisce motori a quattro team. L’ipotesi può sembrare affascinante visto che, ad esempio, la Rossa sempre restia a scommettere sui giovani potrebbe così affidare la terza vettura (originariamente destinata al povero Bianchi) a Marciello o Fuoco, ragazzi promettenti e di belle speranze. Ma l’auto in più significa anche costi in più, circa 40 milioni a stagione.

Ben altra situazione si avrebbe se la grande torta dei ricavi, soprattutto quelli dei diritti tv, venisse ripartita in parti uguali fra tutti i team (e non solo una parte come ora). Questo provvedimento, insieme con il tetto alle spese, ridurrebbe la forbice tra big team e piccoli. È la ricetta dell’ex presidente Fia Max Mosley, proprio lui, il biondo lord inglese finito qualche anno fa in uno scandalo sadomaso, ma uomo che di motori ci capiva e capisce parecchio. Alla Bbc ha spiegato: «Anche ripartendo la torta in parti uguali, una grande squadra come la Ferrari troverà sempre più sponsor di un piccolo team come la Marussia. Ma se a regolamentare tutto c’è un tetto alle spese e un’equa ripartizione dei ricavi, allora tutti possono partire alla pari… Quanto all’ibrido, si è fatto l’errore di non dire ai motoristi che potevano spendere in ricerca e sviluppo quanto volevano, ma poi vendere le unità a 6 milioni di euro l’anno e non a 25». Mosley ha ragione.  Avanti così e l’ingorda F1 si farà del male. Quasi fosse sadomaso pure lei.

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