Intervistiamo oggi il dottor Piero Mozzi, uno dei pionieri della dieta dei gruppi sanguigni, da sempre impegnato nella promozione di una medicina preventiva, capace non solo di combattere gli effetti di un male ma di rintracciarne ed eliminarne le cause. Cause molto spesso localizzate in stili alimentari scorretti, come già spiegato e documentato in numerose pubblicazioni, tra cui il bestseller “La dieta del dottor Mozzi, gruppi sanguigni e combinazioni alimentari”. Nella storia degli studi del dottor Mozzi e nella storia della sua vita vi è una direttrice molto chiara, quella della ricerca, una ricerca capace di non accontentarsi di spiegazioni facili e preconfezionate, come talvolta purtroppo accade; il dottor Mozzi è al contrario l’emblema di una sperimentazione e di un coraggio unici, capaci di oltrepassare riserve, preclusioni e scetticismi, di aprirsi a moltissime persone che oggi vedono in lui e nei suoi consigli una sicurezza quotidiana, sempre verificabile e facilmente usufruibile. Un fenomeno, quello mozziano, che non si apre alla sola medicina e alla nutrizione, ma che abbraccia analisi interdisciplinari e temi di scottante attualità, che in questa intervista abbiamo voluto raccogliere, parlando di società occidentale, immigrazione, politica e ovviamente alimentazione.

1) Dottor Mozzi, viviamo in una società opulenta, dove la speranza di vita è in continuo aumento, dove i beni essenziali non mancano quasi a nessuno, con una sanità universalistica e spesso funzionante anche grazie a punte di eccellenza invidiabili, nonostante la crisi economica e numerose problematiche sociali. Come mai, tuttavia, l’Occidente sembra pervaso da una crisi anche morale, civile, con sempre meno coppie capaci di fare figli, con nuove malattie e disagi per chi vive gli effetti della “società globale”?

Il problema sta alla base: bisogna sfatare il mito della longevità. Possiamo paragonare il mondo e la convivenza tra gli esseri umani ad un grande allevamento, con i suoi equilibri e le sue funzioni. In ogni allevamento la longevità non è una qualità, ma un difetto. Con l’avanzare dell’età della specie nascono nuovi problemi e vi è una inversione totale dei valori e della salute dei popoli. Il mito della longevità è figlio di una visione individualista, nella quale è importante solamente il diventare vecchi, vivendo il più possibile e pensando quasi esclusivamente a sé stessi, al proprio godimento personale. Fino a qualche decennio fa si pensava al prossimo, a mettere al mondo dei figli, molti figli. Alcuni di questi figli perivano o non superavano i primi anni di vita, ma l’obiettivo chiaro era quello di trasmettere una vita forte e potente, anche in grande numero. Oggi invece viviamo una situazione nella quale la vita non viene più trasmessa e al contrario si tende a puntare sulla longevità e sul superamento dei propri limiti di natura, tramite terapie spesso artificiose. Bisogna capire che la morte naturale è un qualcosa di normale, da accettare. È la fine di un ciclo. La cultura dell’individualismo e dell’assenza di limiti è deleteria perché falsa, è più utile una cultura che insegni a vivere correttamente sul pianeta, piuttosto che a rimanere in vita ad ogni costo, che spesso significa togliere spazio e risorse anche ad altre persone, con un costo abnorme. È come vantarsi di possedere un frutteto vecchio, malandato ed improduttivo, fatto di alberi da frutto secolari ma che tuttavia non hanno nessun tipo di scopo. Un discorso certamente complesso, ma che va affrontato, specialmente analizzando i frutti di questa cultura individualista e sterile, da tutti i punti di vista.

2) Quale soluzione propone a questa deriva della società occidentale?

Bisogna tornare a  guardare al futuro e ai giovani. Il futuro ce l’hanno in mano i popoli giovani, che si riproducono molto. Sono popoli che spesso vivono in condizioni precarie e con una altissima mortalità infantile, ma che producono figli forti, dotati di una età media molto giovane, popoli che davanti a sé vedono un futuro che parla ancora di presenza, non di scomparsa. Bisogna capovolgere l’occhio, bisogna vedere la salute dei giovani non dei vecchi, invece la longevità viene oggi messa al primo posto, arrivando alla situazione che viviamo oggi in Italia, dove vi è una stragrande presenza di anziani e una natalità pari a zero, con pochissimi giovani. In pace ed abbondanza, senza situazioni critiche come quelle belliche paradossalmente non si mette al mondo nessuno.

3) Quali sono le cause profonde di questa infertilità vissuta in Italia, in Europa e generalmente nel mondo occidentale?

Le cause sono la mancanza dell’istinto di riproduzione e l’infertilità delle donne, dovuta soprattutto ad una alimentazione scorretta. Si promuove un fertility day che non parla delle cause fisiche principali dell’infertilità, come il consumo di latte e derivati, con delle gravidanze fatte in età spesso troppo avanzate. Poi vi è anche un grande problema culturale, un problema storico e ciclico già vissuto anche al tempo dell’impero romano. La classe dirigente romana nei primi secoli di splendore indirizzava i propri figli verso il comando, l’arte militare, verso una vita essenziale. Le successive vittorie e la grandezza hanno invece plasmato un popolo sempre più concentrato sul godimento, sulle arti, sulla cultura, la pittura, dove anche il fare figli diveniva un impegno. Alla periferia dell’impero al contrario vi erano popoli affamati, essenziali, che non vivevano sulla loro pelle gli effetti di una civiltà opulenta e di una cultura che ormai causava anche corruzione, fisica e morale. Popoli che hanno iniziato ad inserirsi nella società romana andando dapprima a ricoprire i ruoli e i lavori più umili, passando poi all’esercito, alla vita pubblica e scalzando progressivamente i romani dal loro ruolo di guida. Solo una società capace di fare figli guarda veramente al futuro. Pensare esclusivamente ad una asettica idea di cultura, ai viaggi, ai beni di consumo e ai beni accessori significa morte. È un problema di individualismo, il problema di chi pensa di superare anche i dati di natura e i limiti dell’umano.

4) Bisogna quindi riscoprire il valore dell’essenzialità?

Certo, l’essenzialità nella vita è fondamentale. Un popolo essenziale avrà sempre un futuro. L’Occidente si è sviluppato, arrivando al culmine della sua forza, ora sta vivendo un declino e dietro di lui vi sono popoli più forti ed essenziali, che premono alle porte. È scritto nella storia e nel nostro presente, i popoli essenziali sanno affrontare difficoltà incredibili, hanno un coraggio incredibile. Operazioni belliche quali l’invasione dell’Afghanistan e del Vietnam lo dimostrano, un Occidente distrutto uscito con le pive nel sacco nel confronto con dei popoli essenziali, non corrotti da una alimentazione errata e da una cultura ormai inefficiente. Maschi, pastori dotati di un misero fucile copiato dalle versioni occidentali, con al massimo una radiolina al fianco. Popoli che non si basano sul sistema democratico di cui disponiamo in Occidente, spesso corruttibile, ma su vincoli tribali e di sangue indistruttibili. Sono popoli che mantengono le loro tradizioni alimentari, molto semplici. Popoli capaci di incrinare quelli che sono gli eserciti più forti del mondo, ma spesso dotati di una alimentazione oscena ed indebolente, nonché di una cultura povera di lungimiranza.

5) Intravede delle soluzioni a questa situazione di profonda crisi creatasi nella nostra civiltà?

Bisogna partire dall’assunto che un popolo per avere futuro deve mantenersi forte, sano e robusto. Ciò è basato soprattutto sul suo stile alimentare e sulla sua cultura. Oggi è basilare il recupero di una alimentazione e di una cultura più essenziali, finalizzati allo stare bene, in forze, lucidi. Bisogna formare persone sane, sempre capaci di prendere decisioni. L’opulenza non ha mai favorito ciò. Per favorire questo percorso serve una classe dirigente capace di comprendere tutto questo. I popoli con il più alto tasso di suicidi ad oggi sono i nordici europei, paesi dove a prima vista si dovrebbe stare bene, con un welfare invidiabile e società progredite. La realtà è che questi popoli, che una volta mangiavano renne, pesce e cibi semplici, dotati di una cultura essenziale, oggi rappresentano l’esempio classico di ciò che è diventato l’Occidente individualista, povero di lungimiranza, immerso nel consumismo e nell’ingordigia di godimento individuale. La superiorità tecnologica non è mai la discriminante migliore per valutare le fortune di un popolo. Serve un ritorno all’essenzialità che non significa privazione o arretratezza, ma il ritorno ad una cultura semplice, frugale, essenziale, pratica, basata sulle fondamenta della natura umana. Non serve creare superuomini, superanziani, vetusti centenari attaccati ad un respiratore, ma giovani capaci, svelti, lucidi e in salute. Serve implementare un progresso vero, che miri a far star bene l’uomo e a preservare la salute della società in cui vive, non un consumatore assuefatto da bisogni indotti e da false mete. Va quanto prima ribaltata questa logica distruttiva, o per l’Europa le porte del declino totale si spalancheranno sempre più velocemente.

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