È una Rai senza una vera identità quella che si è presentata l’altro giorno con il varo dei nuovi palinsesti autunnali. Una Rai modesta, infarcita di mediani e senza guizzi creativi. Per carità, le attenuanti non mancano soprattutto a causa degli scarsi introiti pubblicitari. E quando mancano gli investimenti manca anche l’inventiva. O no? Magari proprio la penuria finanziaria dovrebbe stimolare la creatività e aguzzare l’ingegno, come dicevano i nostri vecchi. Invece. Se si dà un’occhiata a volo d’uccello ai palinsesti della prossima stagione si scorgono poche novità (l’innesto di Nicola Porro, vicedirettore del Giornale su Raidue con il docu-talk Virus, l’arrivo di Antonio Polito su Raitre con Maracanà, sempre su Raitre Concita De Gregorio al posto di Augias nella striscia di Mezzogiorno, un paio di nuovi varietà-talent-game, quei programmi tra il vacuo e l’inutile, su Raiuno). Per il resto, appena qualche scambio di casella tra conduttori. Confermati, invece, Fazio al timone di Sanremo, en attendent Jovanotti, e Benigni nell’unica serata-evento dell’annata sui Dieci comandamenti. Poche idee anche nella fiction.
Quello che più stupisce è la mediocrità della proposta del servizio pubblico. Una televisione consapevole del proprio ruolo intellettuale si porrebbe come mission l’interpretazione dello spirito del tempo. Se si fa eccezione del tentativo di Benigni, che pure può piacere o no (ma questo è un altro discorso) di questo impegno qui non c’è traccia. Giochini, varietà, talk show: niente di nuovo sotto il telecomando di viale Mazzini. Sparito Saviano, del resto fin troppo spremuto nell’ultimo anno, non c’è traccia di Fiorello, né di un Marco Paolini che giustamente si dosa su La7. Così, con le sue Mara Venier e i suoi Carlo Conti, questa Rai, incapace di pensare in grande, in una parola, incapace di una visione, è avviata a restare sempre più laterale rispetto all’attualità, al grande dibattito sul futuro e sull’innovazione politica, sociale e tecnologica. Consegnando ad altre emittenti la centralità, magari non quantitativa ma strategica, della scena.

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