Ovvio, ragazzi, che Eugenio Scalfari sia in solluchero. Chi non lo sarebbe. “Questo è Papa Francesco. Se la Chiesa diventerà come lui la pensa e la vuole sarà cambiata un’epoca”, ha scritto Barbapapà Eugenio al termine di tre paginate d’intervista esclusiva seguita al carteggio di alcuni giorni fa. Niente da eccepire. Che si sia di fronte a un’epoca di cambiamento è un fatto sotto gli occhi di tutti. La Chiesa non è un monolite ma un’esperienza in movimento. E il papato di Jorge Mario Bergoglio si è annunciato fin dal primo momento come un pontificato innovativo non solo nella forma. Molto si è già cominciato a vedere anche in materia di curia e di finanze che tanto stanno a cuore agli osservatori laici di cose vaticane. E ogni giorno lo si continua a vedere, persino nelle forme di comunicazione di questo “Papa della porta accanto”, che telefona a singoli fedeli, scrive ai giornali, concede interviste. Anche questo è un inizio di rivoluzione del rapporto tra Chiesa e mondo.
Tuttavia, conviene tenere i piedi ben fissi per terra e precisare che, come la vuole Francesco la Chiesa non è certamente come la vuole il fondatore di Repubblica. Sebbene gli scritti di queste settimane porteranno al quotidiano di Via Cristoforo Colombo un incremento di vendite e l’attenzione dei media mondiali, e incentiveranno il narcisismo del suo già abbastanza egocentrico fondatore (annunciata, ovviamente, la pubblicazione di un libro con tutti i testi del confronto), ecco, nonostante tutto questo, la riforma della Chiesa sarà opera dello Spirito Santo che ha scelto Bergoglio come vicario di Cristo in terra. In buona sostanza, il protagonista del cambiamento da più parti auspicato sarà il successore di Benedetto XVI, il quale, a rivederne la parabola col senno di poi, non si è dimesso a caso. Dispiace lo scetticismo degli ambienti del Foglio di fronte a questa apertura di dialogo verso un mondo da sempre schierato su posizioni politiche opposte. La Chiesa cattolica ha respiro universale, orizzonte geografico mondiale e prospettiva temporale volta all’eternità. Non è appena un baluardo contro l’islam o il mondo moderno. Il cristianesimo è un avvenimento plurale, fatto di diversità che si completano. Così come si integrano nello scorrere del tempo le sensibilità diverse dei singoli papi. Ecco perché contrapporre uno all’altro lascia il tempo che trova. Un poeta polacco, un teologo tedesco, un pastore latino-americano compongono, alla fine, lo stesso disegno misterioso dello Spirito. Accettare la sfida della pluralità del cristianesimo e di una Chiesa in movimento significa superare il rischio di fossilizzarci su schemi e formule che crediamo di possedere. Cristo pianta la sua tenda dove vuole e rosicare non serve.
Lungi dal volersi proporre come “piacione” nei confronti del mondo, questo Papa ha il coraggio di mettersi in gioco e di rischiare il confronto con ambienti lontani. “Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI”, ha detto Bergoglio rispondendo a Scalfari, “decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare”. Senza paura, verrebbe timidamente da aggiungere. La certezza della fede non teme il confronto anche con chi è più lontano. La Chiesa è un ospedale da campo, il cristiano non si rinchiude nelle sacrestie, va incontro al diverso. Ogni rapporto è arricchimento.

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