Michele Santoro e X Factor schiantano la Rai nel suo giovedì nero. Il peggior giovedì della sua vita, verrebbe da dire parafrasando il titolo del film su Canale 5 (Il peggior Natale della mia vita, con De Luigi e Abatantuono) che ha ottenuto, da solo, tre punti di share in più delle reti pubbliche che insieme hanno totalizzato il 19,17 per cento. Roba che qualche anno fa, quando la faceva la prima rete da sola, in viale Mazzini volavano gli stracci. Nel dettaglio: Mission di Raiuno ha raggiunto l’8,85 per cento di share, il magazine di Raidue con Maurizio Battista (Tutte le strade portano a…) ha conquistato il 4,76 per cento e il film Il Grinta su Raitre si è fermato al 5,56. Altro dettaglio: nella classifica di serata Raiuno è risultata la terza rete, dietro Canale 5 e La7, seconda assoluta. Raidue e Raitre navigano in coda. A questo punto, però, il bello non è ancora venuto. Perché Raiuno è stata appaiata anche da Sky che trasmetteva la finale di X Factor, in condominio tra Sky Uno (per gli abbonati) e Cielo (per tutti). In totale, i due canali hanno registrato l’8,8 per cento, l’identico share del social show della (ex) rete ammiraglia Rai. Dunque Raiuno, terza a pari merito con Sky.
Dettaglio ulteriore: mentre la pay tv trasmetteva il talent fino a tre anni fa di proprietà di Viale Mazzini, su La7 c’era in onda Michele Santoro, altra griffe storica dell’azienda. Che ora, per contrappasso, ha chiamato proprio Servizio pubblico l’ennesima variante del programma che amministra da un decennio. Morale: X Factor (con la transfuga Simona Ventura) e Servizio pubblico fino a tre anni fa erano marchi doc della Rai che la Rai ha mollato o si è fatta scippare e che nel giovedì nero si sono vendicati con gli interessi. Ma qui non si tratta solo della vendetta dell’ex, come nel calcio. C’è qualcosa di più. Perché tutto questo potrebbe avere un senso se, pur perdendo alcuni brand della casa, la Rai avesse saputo sviluppare nuovi percorsi e nuove identità forti. Non sembra sia così. Incapace di tenere e gestire i propri gioielli, si è mostrata anche incapace di ripartire. Mentre i transfughi, conduttori e format, quando migrano altrove, riescono a migliorare e a diventare strategici.
In fondo, a ben vedere, c’è poco da meravigliarsi. Nell’èra della rivoluzione tecnologica, della velocità della comunicazione, del sistema integrato dei media in cui tutto cambia con un click, anziché piazzare al vertice della “prima azienda culturale italiana” uomini di televisione, editori che conoscano il mezzo e le sue evoluzioni, esperti d’industria audiovisiva e new media, scegliamo manager con l’unico pregio di essere condiscendenti con la politica, diligenti funzionari o burocrati pieni di buone intenzioni. E alla fine i risultati non possono non vedersi. Come la matematica, anche la tv non è un’opinione.

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