Sa di dolce, di morbido, di festa e luminarie. Ma anche di svolta, di appuntamento discriminante. Mangiarlo significa rimpinzarsi, oppure superare una prova e proseguire rinfrancati, in discesa. Pochi piatti, pochi dolci hanno un carattere simbolico come il panettone. La sua origine risale a una leggenda del Quattrocento, improvvisato da un garzone che si chiamava Toni, da qui il nome derivato da Pan di Toni. Simbolo culinario del Natale. Simbolo di Milano, dove per decenni se ne contendevano il primato sotto la Madonnina due notissimi marchi dolciari. Poi c’è il panettone sportivo. Il panettone degli allenatori. Quest’anno la parola ha assunto significati ulteriori perché c’è anche il derby del panettone, Inter-Milan, con i suoi allenatori che l’hanno mangiato e non sono stati cacciati anzitempo. Allegri ha rivelato scherzosamente di esserselo fatto addirittura in ottobre, per portarsi avanti. Chi lo mangia, poi deve smaltirlo nel dopo festività, con la dieta o un’adeguata attività motoria. Chi lo consuma, ha resistito alle avversità, alle critiche, alle prove di detrattori e disfattisti. E quindi ecco il panettone politico. “Abbiamo mangiato il panettone e continueremo a farlo anche nel 2014”, ha detto qualche giorno fa Enrico Letta in un soprassalto di ottimismo. Renzi ha storto il naso. Berlusconi anche le orecchie. A loro i panettoni di Letta risultano indigesti. Piacciono molto invece a Papa Francesco quelli artigianali preparati dai detenuti della Cooperativa Giotto della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Ne ha ordinati 232 da regalare ad amici, familiari e collaboratori. Ma questo è un altro tipo di panettone…

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