Letta come Allegri e Renzi come Seedorf. È una suggestione, niente più. Un gioco. Se la politica fosse il calcio… Soprattutto: se la politica e il governo fossero un’azienda privata come il Milan, “la squadra più titolata al mondo”, come amano ripetere gli uomini della società. Blasone attualmente un tantino appannato. Dunque, ha qualcosa da insegnare il metodo applicato in questa occasione dalla società berlusconiana alle nostre logore istituzioni? Forse sì, qualcosa ce l’ha. Nei momenti d’impasse non conviene traccheggiare, non bastano i rimpasti. Non serve tirare a campare, navigando a vista. Meglio dare una svolta e prendere il toro per le corna. C’è la crisi. C’è da risollevare le sorti della squadra (del Paese). Il governo delle larghe intese, paralizzato da troppe diversità e veti incrociati, riesce solo a somministrare qualche timida aspirina a un’organismo che necessita di una cura a base di robusti antibiotici. E non solo: nel frattempo, infila una serie di gaffe come la legge che avrebbe favorito le lobby delle slot machine, bloccata per l’intervento del commissario Renzi, o il pasticcio sugli stipendi degli insegnanti risolto nello stesso modo. Per non parlare del rebus infinito della tassazione sulla casa. Clamorosi infortuni che somigliano alla sconfitta nel derby e addirittura col Sassuolo, nel modo che abbiamo visto, mentre urge risalire la classifica per non essere risucchiati nel default della retrocessione. Insomma, le analogie sono tante. Anche i tratti dei protagonisti in campo manifestano similitudini. Letta, uomo di mediazioni, non esattamente un leader carismatico, somiglia parecchio ad Allegri. Renzi, successore designato, piacione e gran comunicatore, è il presunto salvatore della baracca come Seedorf. Allenatore del Milan senza passare dalla gavetta. Una scommessa di Berlusconi che, in questo campo ne ha vinte parecchie, da Sacchi a Capello. Renzi direttamente premier su nomina di Napolitano? No, a questo punto le analogie finiscono e le strade del calcio e delle istituzioni repubblicane si dividono. Il governo non è un’azienda privata nella quale il decisionismo del patron può essere risolutore. In politica, tanto più se c’è un governo paralizzato da elezioni senza vincitori e un Parlamento esautorato perché scelto con una legge elettorale dichiarata decaduta, si torna a chiedere il giudizio del popolo sovrano.