Bisogna dirlo: pur con tutta l’antipatia e l’assuefazione per quello che ormai è diventato un marchio ricorrente e assai sfruttato, ha tutti i caratteri del capolavoro. Di certo Gomorra – La serie è il prodotto di fiction migliore realizzato in Italia negli ultimi anni. I dodici episodi trasmessi da Sky Atlantic hanno ottenuto una media di 700mila spettatori (875mila per gli episodi finali) e un’indice di permanenza record, vicino al 90 per cento. La serie è stata venduta in 60 paesi stranieri e rinnovata per una seconda stagione.
Ecco i dieci segreti di un prodotto superlativo.
1. L’ambizione di pensare in grandissimo. Quando si sono messi all’opera quelli di Sky Italia puntavano al capolavoro. Alla serie tv di svolta, capace d’invertire la rotta: saremo noi a venderla agli americani.
2. La priorità allo show. La scelta di stare fuori da tutte le strettoie polemiche e i ricatti moralistici (Stefano Sollima: “Volevo firmare un grande racconto che all’indagine sociologica e alla denuncia, l’alibi più equivoco delle narrazioni di stampo civile, anteponesse lo spettacolo”).
3. Il regista supervisore. Stefano Sollima, responsabile del progetto artistico ha avuto carta bianca. Rispetto a Romanzo criminale si trattava di crescere, rendendo ancora più sistematica la ricerca del perfezionismo.
4. La scrittura. La ricerca del meglio dei giovani sceneggiatori. Plasmando una squadra affiatata. Concedendo tempi lunghi per la scrittura, senza scoraggiarsi se c’è da riscrivere, cambiare, limare.
5. Il cast. La ricerca di volti in grado di evocare una storia, una complessità. Emblematico il primo piano di Ciro l’Immortale (Marco D’Amore) negli stacchi. E poi una fisicità iperrealista e una recitazione drammatica che trasmettano la cupezza della guerra perenne, della morte sempre in agguato, dell’insicurezza di arrivare a fine giornata.
6. I riferimenti culturali precisi. L’Otello di Shakespeare con Ciro nella parte di Jago, la tragedia greca, l’universo criminale di Scampia di Saviano. Il noir e gli action francesi (36 Quai de Orfèvres in particolare).
7. La scomparsa del bene e del lieto fine. L’abolizione di obiettivi consolatori. La descrizione del male nel suo realismo massimo è in se stessa deterrente di ipotetici istinti emulativi. L’effetto disturbante e al contempo catalizzante sul telespettatore è assicurato.
8. Il nucleo narrativo dialettico. C’è un clan dominante e quello antagonista. Noi e gli altri. Dentro e attraverso questa bipartizione si sviluppa la spirale tradimento-vendetta. Senza territori garantiti. La complessità e la sfaccettatura rendono l’imprevedibilità assoluta. Il protagonista si rivela spregevole. Nella prima puntata il boss sbaglia a identificare il traditore, nella seconda muore il suo luogotenente storico e don Pietro finisce in galera. Il figlio inetto si trasforma…
9. La ricerca musicale. L’accompagnamento sonoro come potente additivo, detonatore del mood dell’azione. L’alternanza tra rap partenopeo e sonorità nichiliste…
10. Lo staff della produzione sempre presente. Chiarezza di idee e determinazione maniacale nel realizzarle.

Tag: , , , ,