L’attentato al settimanale satirico parigino Charlie Hebdo (che per fortuna torna in edicola) e i successivi attacchi terroristici nella capitale francese hanno riaperto un tema che sta dividendo e nuovamente infiammando il dibattito, dagli Stati Uniti all’Europa. Quello a cui stiamo assistendo è uno scontro di civiltà? È insomma una battaglia tra mondo islamico e non-islamico? Ha dunque una natura che non è né ideologica, né economica ma è legata alle identità culturali e a quelle religiose?

Il dibattito, nel suo piccolo, si è sviluppato anche su questo blog, dove ho ammesso di aver sbagliato a non considerare il terrorismo dall’11 settembre in poi frutto di uno scontro di civiltà, cioè non un semplice piano sanguinario perpetrato da un gruppo di fanatici religiosi islamici ma qualcosa di più: un attacco ai nostri valori, alla libertà di pensiero e dunque alla democrazia stessa con il chiaro intento di vendicare i presunti sgarbi a Maometto contro gli “infedeli” (che nel caso degli eroi di Charlie erano doppiamente colpevoli di aver ironizzato con delle vignette sul Profeta).

La tesi sullo scontro di civiltà è quella che i neoconservatori americani e George W. Bush hanno utilizzato per giustificare la guerra in Irak e il piano di esportazione della democrazia nel mondo, in funzione anti-terroristica. Ecco perché in molti continuano a rifiutare categoricamente quel concetto, specie a distanza di dodici anni da un conflitto che – non era poi così difficile da prevedere – si è rivelato fallimentare e che ha per molti versi contribuito ai disastri che hanno portato alla nascita dello Stato islamico.

Dal New Yorker al Guardian fino all’Economist in molti hanno avvertito: non cadiamo nella trappola dello scontro di civiltà. Perché lo scontro non è fra religioni. Ci sono migliaia di musulmani nel mondo che sono vittime di questo Islam radicale e dei gruppi terroristici che agiscono in suo nome.

Certo. Come ho spiegato su questo blog, il conflitto non è con l’islam tout court ma con un islam fanatico che attenta ai nostri valori fondamentali. È una guerra che si può vincere solo al fianco dei musulmani moderati o “moderni”, perché ognuno ha diritto di credere nel proprio Dio, perché spesso sono loro stessi vittime degli islamisti e perché sono milioni quelli nel mondo che vivono e condividono i nostri stessi valori, cioè credono che ci siano diritti inviolabili e fondamentali che appartengono all’uomo indipendentemente dal suo sentimento religioso, atei compresi. Eppure, io credo, non è più tempo per questi musulmani di dire: non mi riguarda. Gli islamici che con noi vogliono difendere la sacralità della vita, il diritto di pensiero e di critica, la libertà di culto non possono più ignorare che questa è una guerra che si combatte in nome di Allah, una guerra i cui soldati sono arruolati nelle moschee o tramite messaggi religiosi infarciti di fanatismo sul web, in cui la religione si fa spesso Stato e terrorismo di Stato. Non possono più ignorare che il terrorismo islamico è un cancro – per dirla con le parole del presidente dell’Ucoii Izzeddin Elzir – che si è sviluppato nel mondo musulmano e i cui anticorpi devono essere trovati al suo interno, certo con l’aiuto di tutte le forze democratiche nel mondo. La sveglia è suonata per i musulmani come suonò per la sinistra italiana quando il terrorismo “rosso” cominciò la sua sanguinosa marcia e come suonò per i siciliani dopo le stragi Falcone e Borsellino. Non è più tempo di dire “non mi riguarda”.

Qui non si tratta di mettere sul banco degli imputati un’intera comunità religiosa o un’intera civiltà. Eppure, come ha detto in queste ore il ministro della Cultura britannico Sajid Javid, che ha origini pachistane e secondo molti la stoffa per scalare la leadership del Partito conservatore, (e non a caso il premier Cameron ha condiviso): “E’ lassista e sbagliato” pensare che gli attacchi a Parigi non abbiano nulla a che fare con l’islam o con i musulmani. “Non si può sfuggire al fatto che queste persone stanno usando l’islam, prendendo una religione pacifica e usandola come uno strumento per portare avanti le proprie attività” terroristiche. “Ai musulmani spetta un fardello speciale perché ci aiutino a combattere il terrorismo”. Denunciando i fanatici, battendosi per avere più trasparenza e per un’interpretazione meno violenta e fanatica del Corano, perché l’apostasia (l’abbandono della propria religione) non sia considerata un reato, perché – come ha chiesto il rabbino Giuseppe Laras – si possa aprire una “autorevole e vincolante” riflessione teologica nell’Islam sul concetto di cittadinanza politica invece che di cittadinanza religiosa.

L’ex premier inglese Tony Blair, che pure con la sua scelta di spodestare Saddam Hussein ha contribuito al proliferare dei mali che combattiamo oggi – lo chiamò scontro sulla civiltà invece che scontro di civiltà. È una definizione che aiuta e Blair non a caso è l’artefice politico della pace in Irlanda del Nord, dopo oltre trent’anni di “Troubles” fra protestanti e cattolici. “I musulmani che compiono atti di terrorismo non sono fedeli più devoti del protestante bigotto che uccideva cristiani. Ma un protestante bigotto resta un protestante bigotto – diceva Blair -. Dire che la sua religione è irrilevante significa sia fraintendere completamente le sue ragioni, sia rifiutarsi di affrontare le tensioni del terrorismo”. Chiamiamolo allora scontro “sulla” civiltà, “l’antica battaglia fra progresso e reazione”. Purché l’islam – che dir si voglia moderato, moderno o democratico – si alzi e ci aiuti a vincere la guerra contro questa barbarie. Per i diritti, la libertà e la democrazia. Di tutti.

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