Il conto alla rovescia è cominciato. Mancano poco più di novanta giorni alle elezioni nel Regno Unito, le più imprevedibili da quasi un secolo.

Finora era tutto molto semplice. Destra o sinistra. Labour o Conservatori. L’era thatcheriana, poi i tre mandati di Blair. E gli inglesi cullati in una beata alternanza. Ora non più: se si andasse a votare oggi, tory e laburisti otterrebbero lo stesso numero di seggi. Parità. Quota 273 seggi per ognuno dei due partiti, a cui ne servirebbero 326 per governare da soli. Lo dice una proiezione realizzata dal Guardian sui sondaggi per il voto del 7 maggio. E le rilevazioni ormai concordano: sono alte le probabilità che non ci sia un chiaro vincitore. Nessuna maggioranza netta. Nessun partito in grado di governare in maniera autonoma e obbligo di coalizione. Praticamente un “hung parliament”, un parlamento “appeso” (nella foto il graffito apparso a Hackney Wick, Londra. Potrebbe essere di Banksy)

Sembrava impensabile nella patria del bipolarismo. Quasi impossibile nella culla di un maggioritario puro datato 1884. Sì, perché con il first-past-the-post, l’uninominale secco, basta un solo voto in più sull’avversario e si vince. Semplice per gli elettori, veloce per lo spoglio, netto per i partiti: dentro o fuori, al governo o all’opposizione. Ha funzionato perfettamente per oltre un secolo (con l’eccezione del 1974). Ora invece non gira più come una volta. Troppo forti le spinte dei partiti minori. Gli elettori non sono più divisi nettamente fra destra e sinistra e non trovano più la loro naturale collocazione nei due principali schieramenti. È già successo cinque anni fa quando è nato il governo di coalizione Tory-LibDem. Già allora si parlò di terremoto. Ma a maggio potremmo assistere a una scossa di assestamento tale da provare che la geografia politica nel Regno Unito è cambiata per sempre. E questo nonostante il maggioritario, che sembra ormai un sistema incapace di rappresentare la complessità e la diversità dell’elettorato britannico.

Nel nuovo panorama non c’è solo l’Ukip di Nigel Farage a incarnare una destra alternativa – quella anti-sistema, anti-Europa e anti-immigrati – ma avanza anche un’altra sinistra, quella dello Snp, lo Scottish National Party, che dopo il referendum in Scozia potrebbe diventare ago della bilancia per la formazione di un futuro governo (49 seggi). Il partito scozzese, che però porta i suoi deputati anche a Westminster, si sta affermando a nord dell’Inghilterra come alternativa a un Labour poco convincente, seppur vicino al ritorno a Downing Street. Poi ci sono i LibDem (dimezzati ma ancora consistenti con 28 deputati) e i Verdi, anche questi possibili partner di una futura coalizione. I giochi sono aperti. E le alleanze sembrano di nuovo una prospettiva reale, insieme con lo scenario di un governo di coalizione, a due Tory-Ukip, oppure a tre Labour-LibDem-Snp o Labour-Verdi-Snp. Una volta può essere un caso. Ma due in cinque anni sarebbe la conferma di una tendenza: la fine dei governi monocolore. Il crollo di un’altra certezza a Londra.

 

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