Si può vincere l’estremismo islamista? C’è la possibilità di riportare ai valori democratici chi ha deciso di combatterli? C’è una chance per quei giovani – e sono migliaia al fianco dell’Isis, sempre più spesso occidentali – disposti a morire per la creazione di uno Stato islamico internazionale fondato sulla religione come legge di Stato? Nel Regno Unito c’è un esempio che sta facendo scuola. È quello di Maajid Nawaz, un giovane di 37 anni, la cui storia prova che speranza, umanità e diritti umani possono prevalere. La sua biografia, ieri estremista, oggi paladino della democrazia, è un invito per tutti a promuovere e difendere i valori liberali.

“Bisogna galvanizzare la maggioranza democratica silenziosa”, dice lui. “L’estremismo islamista è un’ideologia come il comunismo stalinista: attira i giovani arrabbiati che sono contro l’establishment. Si nutre di propaganda e va combattuto con una contro-propaganda democratica”. I jihadisti “hanno grandi capacità di comunicare oltre i confini dello Stato-nazione” e di promuoversi. Il mondo democratico deve fare lo stesso.

Maajid Nawaz è nato e cresciuto nell’Essex, Regno Unito, in una famiglia benestante di genitori pakistani. È un inglese con passaporto britannico. Ha solo 16 anni quando entra nell’organizzazione Hizb ut-Tahrir, il gruppo islamista più grande al mondo, che ha l’obiettivo di unire tutti i Paesi musulmani in uno Stato islamico o in un Califfato basato sulla sharia. Con l’aiuto di Ed Husain, anche lui ormai celebre “pentito” dell’islamismo, a 17 comincia a reclutare giovani come lui nei college e poi nelle università, Cambridge compresa, a 19 guida il ramo britannico del movimento. Quando entra alla celebre School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra è già un leader estremista. A 21 anni fonda il movimento in Pakistan, dove lavora per un colpo di Stato, a 22 coordina gli estremisti che ha raccolto in Danimarca.  “Ero un vero portento nel diffondere idee al di là dei confini”. La sua è una battaglia ideologica, che non prevede l’uso della violenza, ma è la stessa battaglia per la quale oggi l’Isis taglia le teste a volontari e giornalisti occidentali, a siriani, iracheni, giordani e a chiunque non si sottometta alla cultura islamista.

Carisma, adesione perfetta alla propaganda e ottime capacità di usare le nuove tecnologie per rilanciare i messaggi estremisti: così Nawaz si fa largo nel radicalismo. Lo muove la voglia di rivalsa per il razzismo subìto dagli skinheads e dalla polizia. Per loro – era la Gran Bretagna di 20-30 anni fa – era solo un “Paki” da pestare con qualche mazza da baseball e da interrogare se c’era una rissa, perché “solo lui poteva averla provocata”. A 21 anni si sposa, ha un bambino e la compagna lo spinge nella strada della radicalizzazione.

Lo stop arriva a 24 anni, appena dopo l’attacco alle Torri gemelle. Nawaz viene arrestato in Egitto dal regime allora in carica di Hosni Mubarak. Resta in carcere per cinque anni, subisce torture. Amnesty International lo adotta come prigioniero di coscienza. E qui comincia la metamorfosi. Nawaz la racconta così nell’autobiografia Radical, pubblicata in UK nel 2012 (non ancora in Italia):  “Scoprire che stavo abusando della mia fede per pure ragioni politiche mi ha logorato di sensi di colpa”. E pure Orwell ci mette del suo. “Ho cominciato a pensare: mio dio, se questa gente con cui sono qui prendesse il potere, sarebbe l’equivalente islamista de La fattoria degli animali: tutti gli animali sono uguali ma qualche animale è più uguale degli altri”.

Maajid capisce che l’islam non è l’islamismo. Comprende che la religione è cosa diversa dal progetto politico che gli estremisti hanno in mente per imporre l’islam radicale come legge di Stato. Quando torna a Londra, gli amici lo accolgono come un eroe. Lui è già un altro. Rinnega tutto, perde moglie e figlio per la sua scelta e finisce a vivere in una Renault Clio per diversi mesi. Decide, insomma, che è arrivato il momento di dare “la sveglia democratica” ai musulmani in Occidente e all’estero. Fonda Quilliam, un think tank che si batte contro l’estremismo – religioso e politico (compreso quello dell’estrema destra) – e contro il razzismo. Il Congresso americano lo chiama in audizione per conoscere dal di dentro l’ideologia islamista e anche il premier David Cameron lo consulta prima del discorso di Monaco del 2011,  in cui dichiara fallito il multiculturalismo.

Ora Nawaz gira il mondo, convinto che alla propaganda islamista sia necessario rispondere con una contro-propaganda per i valori democratici e i diritti umani. De-radicalizzare è possibile ma è molto difficile. L’obiettivo è prevenire.

Nawaz vuole entrare nel Parlamento di Londra e si è candidato alle elezioni del 7 maggio con i liberaldemocratici. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo è stato minacciato di morte per una vignetta, postata su Twitter,  dalla striscia Jesus and Mo, la satira religiosa dell’artista che si nasconde dietro lo pseudonimo Mohamed Jones. Sul tema aveva già detto la sua: “Non esiste il diritto a NON essere offesi ma solo il diritto a essere offesi. Nessuna idea, nessuna religione sono al di sopra del giudizio critico e la satira è una forma di giudizio critico”. Ieri e oggi: un radicale.

Twitter: @gaiacesare

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