Più facile, meno rischioso ma più costoso che negli altri due Stati anti-proibizionisti d’America. Fumare marijuana “per uso ricreativo” è diventato legale in queste ore in Alaska. I maggiori di 21 anni potranno possedere fino a 28 grammi e coltivare sei piante in casa. Sarà illegale consumarne in pubblico e comprarla e farne uso nei coffee-shop (il via libera nel 2016) .

È un test cruciale, anche se arriva dopo la legalizzazione in Colorado e nello Stato di Washington (che hanno votato nel 2012). L’Alaska, dopo il referendum di novembre in cui il 53% ha detto sì alla regolamentazione, è il terzo Stato che apre alla marijuana ma il primo repubblicano a cambiare rotta. Democratico è l’Oregon, tra i primi ad autorizzare l’uso medico e dove il consumo per svago scatterà dal primo luglio, facendolo diventare il quarto Stato anti-proibizionista. Democratici sono il Colorado e Washington (lo Stato) e pure Washington la capitale, nel District of Columbia (DC). Qui la svolta ci sarà tra qualche giorno e lo spinello libero alle porte della Casa Bianca rischia di creare il caos dopo che il Congresso si è opposto a una regolamentazione sulla vendita, creando di fatto un vuoto legislativo.

Eppure i segnali di una svolta ci sono. A cominciare dall’opinione pubblica. Gli americani sono sempre più favorevoli. L’ultimo sondaggio di Pew Research dice che sono maggioranza: il 52% per la legalizzazione, il 45% contro. Quasi la metà degli americani ha provato la marijuana (42%), ma la gran parte non vorrebbe che si fumasse in pubblico (63%). Il salto è notevole: nel 1969 solo il 12% era per legalizzare e molti hanno cambiato idea da pochissimo, tra il 2010 e il 2013 (+11%).

La marijuana sembra non essere più un tabù tanto che il 76% degli americani pensa che non si debba finire in carcere per il possesso. Sono soprattutto i ragazzi nati tra gli anni Ottanta e i Duemila. Ma gli americani tutti, 7 su 10, ormai reputano l’alcol più dannoso sulla salute.

La marijuana non solo è sempre più pop: sta diventando un business ghiotto per gli Stati e per i privati. Sì, perché legalizzare significa tassare. E in Alaska si prevedono 8 milioni di gettito in più nel primo anno successivo alla legalizzazione e oltre 20 milioni entro il 2020. Una vincita alla lotteria per le casse dello Stato.

Poi c’è l’industria. E quella legale della marijuana sta crescendo più di ogni altra negli Stati Uniti segnando un +74% tra coltivatori e rivenditori in sette mesi tra il 2013 e il 2014. Il mercato più proficuo (1,3 miliardi di dollari) ce l’ha la California, dove la cannabis a scopo medico è già ammessa (la California fu il primo di 24 Stati 18 anni fa), così come è ammessa a fini terapeutici in Arizona, due Stati dove si rivoterà probabilmente nel 2016 per consentirne anche l’uso ricreativo.

Insomma non sta solo cambiando il mood. È arrivato il business. In Colorado sono già stati creati 10mila posti di lavoro e sono entrati nelle casse dello Stato, solo nel primo anno, 40 milioni di dollari in più. I genietti della Silicon Valley, dagli sviluppatori di software ai designer industriali, e alcuni tra i fondatori delle società tech, dalla Apple alla Zynga, si stanno buttando sul business.

Ma le resistenze restano forti. La marijuana è ancora illegale a livello federale ma tollerata nei singoli Stati (altri dieci stanno valutando la legalizzazione). Per questo quello in Alaska è un test cruciale. Perché per cambiare la legge a livello federale serve una svolta tra i repubblicani. E se l’esperimento funzionerà nel più gelido Stato d’America (più tasse, lotta al mercato nero, più controlli sull’età dei consumatori e sulla qualità) per gli anti-proibizionisti sarà una bandiera da sventolare.

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