blair-bloodMeno sinistra e più centro. Meno sindacato e più soldi privati. Tony Blair mette lo zampino nella più incerta campagna elettorale della storia britannica. Lo fa per arginare il ruolo del sindacato nel partito e accrescere l’influenza del business. L’ex premier lo ha scritto e ribadito in sedi ufficiali: niente virate a sinistra, serve posizionarsi in un’area di centro “che alla fine è la più soddisfacente e la più produttiva per il partito e per il Paese”. Perciò che fa? A sette settimane dalle elezioni generali, trova un milione di sterline (quasi un milione e mezzo di euro) per rimpinguare le casse del partito laburista e spingerlo alla vittoria il 7 maggio. Metà del milione lo ha già sborsato l’industriale egiziano Assem Allam, patron della squadra di Premier Leage Hull City e lo ha deciso dopo una cena con l’ex premier. Il finanziamento servirà a coprire il buco creato dal più grande sindacato britannico, Unite, che ha tolto al Labour 500mila sterline di donazioni per vendicarsi della decisione di Miliband di sganciarsi dal sindacato e tagliare il sistema di finanziamento automatico. È stata una frattura politica ed economica. Che Miliband fatica a portare fino in fondo perché è diventato leader del partito proprio grazie ai voti decisivi di Unite. E allora Blair ci mette del suo. Il sindacato minaccia di togliere ancora soldi al Labour, e lui trova i denari per accelerare il divorzio. E se Unite chiuderà ancora i rubinetti,  Allam ha già fatto sapere che sborserà lui l’altro mezzo milione. “Voglio vedere un Partito laburista forte e meno dipendente dai soldi dei sindacati. Spero di ispirare altri imprenditori a fare lo stesso”. È una rivoluzione capeggiata dall’ex leader della Terza Via, vecchio nemico delle Unions.

Non sarà facile. La sinistra della sinistra non ama Blair e la mega-fortuna che ha fatto in questi anni con consulenze d’oro a società d’affari e governi poco democratici. Tutto il partito ancora non gli perdona la guerra in Irak e diversi candidati laburisti hanno rifiutato le mille sterline che l’ex premier ha donato singolarmente per finanziare la campagna elettorale. Non solo: per i suoi intrecci col mondo economico in Medio Oriente e la scarsa credibilità nel ruolo di inviato del Quartetto, l’ex premier lascerà la poltrona di mediatore per la pace nell’area dopo otto anni di insuccessi.

Eppure i soldi del mondo del business che Blair attrae sono fondamentali al Labour per vincere e il distacco dai sindacati è imprescindibile per conquistare il centro. Da battere non ci sono più solo i Tory, ma c’è Farage che sbrana voti anche tra la working class. I soldi di Blair servono a Miliband per diventare premier e per liberarlo dai condizionamenti del sindacato. Ma Unite sbraita e avverte: “Il Labour non ha bisogno dei baroni blairiani”. E Miliband?

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