Image-1Lo accusano di essere “amico dei terroristi”, per aver definito lui stesso “amici” Hezbollah e Hamas, per aver liquidato la morte di Bin Laden come “una tragedia nella tragedia” e per essersi rifiutato di condannare le atrocità dell’Ira in Ulster. Lo accusano di strizzare l’occhio a Putin, dopo che ha additato la Nato “per aver alimentato una nuova guerra fredda”. Ma soprattutto lo accusano di voler riportare le lancette dell’orologio laburista agli anni Ottanta, all’epoca della guerra sulle privatizzazioni (e non a caso nel suo programma c’è la rinazionalizzazione delle ferrovie e del settore energetico) e di voler intraprendere una caccia al ricco con un piano di politica economica che per la sua unicità è già stato ribattezzato “Corbynomics”. Eppure più lo criticano, più i suoi sostenitori si moltiplicano.

Così sabato, annunciato il vincitore delle primarie laburiste che si sono chiuse a mezzogiorno di giovedì e scelto il successore di Ed Miliband (sconfitto alle politiche di maggio dal premier Cameron), è il giorno di Jeremy Corbyn, 66 anni, deputato di Islington Nord (Londra) dal 1983, pacifista di ferro (è stato presidente di Stop the War Coalition), attivista per scelta (sostiene i gruppi Campaign for Nuclear Disarmament e Palestinian Solidarity Campaign), leader (probabile) quasi per caso. Con Corbyn il Labour sogna la riscossa e si mette alle spalle un’intera epoca, il Blairismo, umiliando l’ala centrista, sterzando completamente a sinistra e cercando di far dimenticare agli inglesi il filo-Bushismo dell’ex premier Tony e il disastro della guerra in Iraq. Ma il grave rischio – è l’allarme lanciato dai pesi massimi dell’era che fu di Blair – è che con Corbyn alla guida, il partito non riuscirà più a uscire dal suo tradizionale recinto per catturare voti al centro, finendo per regalare ai Conservatori altri vent’anni di governo.

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Corbyn è entrato nella corsa per la leadership tirato per la giacchetta dai compagni di partito, ha ottenuto le 35 firme necessarie per la candidatura due minuti prima della mezzanotte del 15 giugno (termine ultimo per la presentazione), credeva di fare la fine della comparsa nei dibattiti televisivi e invece è ormai l’incubo della vecchia leadership e il prescelto dalla base per tentare la riscossa di una sinistra stanca di giocare alla moderazione e ansiosa di tentare l’assalto all’austerity imposta dai Tory.

Contro di lui tre candidati, tra cui due donne: Andy Burnham (ministro ombra della Salute, 45 anni), Yvette Cooper (ex ministro del Lavoro, 46 anni) e Liz Kendall (ministro Ombra per gli Anziani, 44 anni). Nonostante la differenza di età con l’ultrasessantenne Corbyn, i tre contendenti sembrano ormai agli occhi della base laburista solo l’espressione di un vecchio sistema che ha svenduto il partito alle logiche del mercato: hanno il profilo dei burocrati più che dei leader, la stoffa dei politici di carriera e non quella degli attivisti vocati alla causa dei diritti umani e alla difesa delle classi deboli.

Così Corbyn ce la fa, nonostante il caos nell’elezione interna che si è appena chiusa (la base è infuriata perché in molti non hanno ricevuto schede e  e-mail per votare, mentre i Conservatori hanno invitato i propri elettori a iscriversi alle primarie “aperte” per scegliere Corbyn e affossare gli avversari). E la sua vittoria potrebbe presto trasformarsi in una svolta per l’intero Paese. La questione non è solo affare della sinistra, rischia di danneggiare in parte anche i Tory, di compromettere la politica estera del governo e di avere serie conseguenze sulla scena internazionale. Corbyn ha detto chiaro di essere contrario ad interventi militari all’estero senza il via libera delle Nazioni Uniti. In Parlamento voterebbe dunque contro eventuali raid in Siria che il governo di Londra sta valutando e per i quali sarebbe necessario il soccorso dei deputati laburisti, nel caso (probabile) di una ribellione da parte di una trentina di parlamentari Tory. La vittoria dell’anti-Blair è già destinata a cambiare non solo il Labour ma anche le strategie e il ruolo del Regno Unito nel mondo.

Twitter: @gaiacesare

(aggiornato sabato 12 settembre)

Vignetta in alto di @GraemeBandeira (Yorkshire Post & Yorkshire Evening Post)
sotto di Peter Brookes @BrookesTimes @TheTimes

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