vignetta-arabiaL’esecuzione potrebbe essere questione di ore. O forse è già avvenuta. Prima la decapitazione. Poi la crocifissione. Infine l’esibizione del corpo martoriato per le strade, in modo che la condanna a morte sia d’esempio per tutti. Accade in Arabia saudita, il Paese che in queste ore piange quasi un migliaio di fedeli rimasti uccisi nella calca del pellegrinaggio alla Mecca. Accade mentre il Papa, dall’America, dice no alla pena capitale. Invece pena di morte sarà, così ha deciso il regime di Riad, per Ali Mohammed Al-Nimr, 21 anni, minorenne al momento dell’arresto nel 2012.

Ali-ArabiaLa sua decapitazione, da giovedì, può essere eseguita in qualsiasi momento. Ali è stato condannato per la presunta adesione a un’organizzazione terroristica, per aver usato molotov e un Blackberry nel tentativo di incoraggiare le proteste anti-regime del 2012. Durante il processo gli è stato negato un avvocato. Di fatto, vogliono tagliargli la testa perché ha preso parte alla Primavera araba, che qui è stata soffocata alla nascita dal regime. Per questo è stato arrestato, torturato (secondo Reprieve, Amnesty e le Nazioni Unite) e costretto a firmare una confessione. Ma l’aggravante che pesa sul destino di questo ragazzo è che Ali al-Nimr è nipote di Sheikh Nimr al-Nimr, 53 anni, uno dei leader della minoranza sciita condannato a morte per aver attaccato la dinastia saudita. La sua uccisione è un regolamento di conti interno al mondo musulmano. È la vendetta anti-sciita messa in atto da una delle monarchie sunnite più spietate.

Sì, perché in Arabia saudita il wahabismo, l’interpretazione più rigida ed estrema dell’Islam, è religione di Stato e la sharia è legge. Il Paese non riconosce la libertà religiosa, equipara gli atei ai terroristi e intanto finanzia la costruzione di moschee in ogni angolo del mondo. Qui la parità di genere è un’utopia: alle donne è vietato andare in bicicletta o guidare l’auto. Qui i piccoli criminali vengono uccisi in pubblica piazza: quest’anno sono state almeno 100 le condanne a morte già eseguite, con una media di una vittima ogni due giorni. L’anno scorso hanno fatto peggio solo Cina e Iran. Qui la libertà di espressione è un privilegio riservato solo a chi si allinea all’islam più integralista: in carcere ci sono 30mila prigionieri politici.

Ma l’orrore di questa storia non sta solo nel modo barbaro in cui Ali Al-Nimr sarà o è già stato giustiziato. La vergogna sta nell’ipocrisia di governi e istituzioni internazionali che formalmente si fanno paladini della difesa dei diritti umani e che nei fatti, inebriati dal profumo dei petroldollari, lasciano lavorare indisturbata una delle più spietate teocrazie contemporanee. Di più: le offrono il posto del controllore.

Nelle ore in cui Ali rischia o ha già subìto la decapitazione, il Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite  ha chiamato infatti l’ambasciatore saudita all’Onu a presiedere un comitato di diplomatici incaricato di scegliere gli “esperti” che dovranno monitorare la violazione dei diritti umani nel mondo. Un po’ come lasciare uno stupratore a vigilare sulla sua vittima. Valentina Colombo, docente di Geopolitica del mondo islamico all’Università di Roma avvisa: “Nemmeno l’Occidente si sente al sicuro se le Nazioni Unite riservano onori e cariche a chi decapita, flagella e condanna e soprattutto al Paese che per primo ha rifiutato di siglare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”.

Cosa c’è dietro a questo lassismo? L’Arabia saudita è il primo acquirente di armi al mondo e il primo estrattore ed esportatore di petrolio del pianeta. Pierre-Hervé Grosjean, prete cattolico francese che guida la Commissione “Etica e Politica” della Diocesi di Versailles, lo ricorda al presidente francese Hollande, chiedendo che la Francia si assuma le proprie responsabilità di fronte a un Paese “alleato” che si fa beffa dei diritti umani. “I nostri dirigenti sono diventati i difensori dei diritti umani contro Saddam, Assad e Putin. Perché questa compiacenza con l’Arabia saudita? Basta con questo silenzio assordante. È arrivato il momento di parlare”. Hollande ha chiesto a Riad di rinunciare all’esecuzione. Finora la condanna non è stata cancellata. Dal 24 settembre può essere eseguita in qualsiasi momento. Per Ali (e per le ipocrisie dell’Occidente) potrebbe essere già troppo tardi. Ma le pressioni internazionali e la raccolta di firme di comuni cittadini in ogni angolo del mondo potrebbero ancora scongiurare il peggio.

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Vignetta di Vitaly Podvitsky per sputniknews

(ultimo aggiornamento 5 ottobre)

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