shopping vignettaPossono essere sessisti anche i prezzi? Nella giungla delle discriminazioni di genere ora si aggiunge pure lo shopping a dare il colpo di grazia alle donne. Il tema sembra banale mentre il mondo dibatte sull’origine e il senso delle molestie di Capodanno a Colonia. Ma lo è meno di quel che si creda. Il Times ieri lo ha affrontato in prima pagina raccontando in un’inchiesta come i prezzi dei negozi delle principali catene britanniche (e persino del più potente rivenditore online al mondo, Amazon) siano diffusamente e impunemente più alti per i prodotti femminili che per quelli maschili.

L’analisi effettuata su un centinaio di prodotti ha rilevato che alla fine le donne pagano in media il 37 per cento di più, e in alcuni casi anche il doppio, per portare a casa un rasoio, una penna, un profumo o un paio di jeans con caratteristiche praticamente identiche agli stessi prodotti destinati agli uomini.

L’inchiesta sta animando il dibattito sul sessismo della grande distribuzione tanto che i principali rivenditori (Tesco, Argos, Boots, Amazon) rischiano di essere chiamanti in Parlamento per risponderne. Ed ecco alcuni dati che saltano all’occhio in una banale quanto efficace comparazione:

  • 10 rasoi usa e getta per uomo della Bic costano 1 sterlina (1.30 euro) mentre la confezione di 8 per donna (unica apparente differenza il colore, rosa) costa 2 sterline (2.60 euro)
  • Pure una banalissima penna Bic, nella versione “per lei” arriva a 2.99 sterline (quasi quattro euro) contro l’1.98 (2.57 euro) per lui
  • E i jeans? Con i Levi’s 501 si raggiunge il picco: 46 per cento in più nella versione femminile
  • E non crediate che i bimbi siano esenti dallo shopping sessista, anzi. Un monopattino rosa può costare quasi 13 euro in più di uno blu.

La questione non è nuova. Il mese scorso un’analisi del New York City Department of Consumer Affairs ha rilevato che i prezzi destinati ai prodotti per donne in media vengono caricati di circa il 7 per cento in più. E nel 2012 uno studio di Forbes aveva scoperto che su categorie di prodotti identici le donne devono sostenere una spesa di circa 1300 euro in più all’anno. La responsabile del Comitato per le Pari opportunità del Parlamento inglese, Maria Miller, definisce “inaccettabile che le donne debbano affrontare costi più alti per gli stessi prodotti. I rivenditori dovranno risponderne. In un momento in cui dovremmo muoverci verso una società de-genderizzata, i rivenditori sono fuori binario rispetto all’opinione pubblica”. Anche Sam Smethers della Fawcett Society che si batte per i diritti delle donne si dice “scioccata” dall’inchiesta: “È una sovratassazione sessista. Già le donne guadagnano meno. Abbiamo bisogno di mettere fine a pratiche di questo genere”.

Pratiche che, badate bene, basta verificare facendo un banale giro anche in un supermercato italiano o in Rete su Amazon. Facile accorgersi che le cose non sono molto diverse anche da noi.

Come si spiega questa disparità? Tesco ha risposto dicendo che i prodotti destinati alla clientela femminile hanno degli accorgimenti maggiori che riguardano il design. Boots, che vende farmaci e cosmetici, parla di ingredienti differenti. Gli altri non commentano ma non è difficile pensare che la disparità possa essere spiegata banalmente in termini di domanda e offerta. Le donne spendono di più in cosmetici e moda e le industrie del settore sanno che sono pronte a pagare di più per i prodotti che rientrano in quelle categorie.

Ma la questione, alla fine, diventa un problema, nemmeno poi tanto banale, che finisce per riguardare non solo le donne ma l’intera società in tempi di recessione e austerity. Lo spiega bene Claire Cohen sul Telegraph. Perché se è vero che le donne vengono tartassate di più forse anche per una banale legge di mercato, è anche vero che i prezzi maggiorati per sesso finiscono per incidere sull’intera famiglia. E quindi anche sugli uomini. Allora forse meglio fare fronte comune contro il sessismo dei prezzi.

Twitter: @gaiacesare

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