brexit-johnson-brighty-sunE finalmente la partita sulla Brexit si fa davvero avvincente. Il 23 giugno la Gran Bretagna deciderà se restare nell’Unione europea o lasciarla. Fino a ieri si prospettava un match solo relativamente difficile, per la quota di imponderabilità insita in qualsiasi consultazione elettorale e perché gli indecisi sono ancora un numero consistente (circa il 20%). Ma alla fine la partita – a voler azzardare delle previsioni – sembrava pendere a favore della permanenza di Londra nella Ue. L’establishment finora è stato in gran parte su questa posizione, perché Londra resti nel circuito di Bruxelles: così il Partito Laburista, i Liberaldemocratici e lo Scottish National Party (praticamente tutta l’opposizione) ma soprattutto una fetta consistente del business e dei gruppi di pressione. Dalla sua il primo ministro Cameron è riuscito a portare anche una dura ed euroscettica come la responsabile degli Interni Theresa May, anche se sono 6 i “ribelli” del governo che andranno contro la linea del primo ministro, che ha lasciato libertà di scelta al suo Gabinetto e ai suoi parlamentari. Ah sì, i parlamentari Tory anche loro finora si sono detti in maggioranza favorevoli a restare nell’Unione europea.

Ma l’effetto sorpresa è arrivato domenica ed è di quelli dirompenti. Boris Johnson, sindaco di Londra che a maggio lascerà la poltrona ma che finora ha avuto un posto d’onore nel Gabinetto Cameron, l’ex compagno di scuola del premier nel college super-elitario di Eton e nel tempio dell’Accademia di Oxford ha infine sciolto la riserva e annunciato che no, lui farà campagna elettorale perché gli inglesi dicano addio all’Unione europea.

Una bomba. Una variabile che riapre completamente i giochi del referendum e rischia di influenzare a lungo termine la politica britannica e la futura leadership del Partito conservatore.

Perché Johnson non è un politico qualunque. Irriverente, completamente fuori dagli schemi, è sempre stato il volto anticonformista e dissacrante dei Tory e della politica inglese, pur rimanendo un Conservatore di ferro. Il suo carisma è indiscusso, le sue competenze anche. E la sua aspirazione a entrare a Downing Street a questo punto è una scommessa che Johnson vuole giocarsi a modo suo, da politico che non vuole fare solo politica, ma anche la Storia. Se premier diventerà, non sarà un semplice follower alla fine della brillante carriera Cameron ma un primo ministro in grado di dare una nuova impronta al Paese.

Dopo il suo annuncio a sorpresa contro la permanenza di Londra nell’Unione europea, molti deputati che finora temevano di rompere i ranghi e ribellarsi al primo ministro pare siano pronti a seguire il “nuovo” leader anti-Europa, il “vero” conservatore Johnson che con la sua mossa ridà voce alla larga fetta di Tory euroscettici finora tenuti a bada da Cameron. I numeri dei parlamentari conservatori che vogliono restare in Europa, a questo punto, potrebbero farsi più risicati. Perché la posizione di Johnson dà coraggio a chi finora non ha avuto coraggio di allontanarsi dalla linea del “capo” Cameron. E in queste ore pure le posizioni del business vacillano: i vertici di un terzo delle aziende dell’Indice della Borsa di Londra si sono rifiutati di firmare la lettera pro-Ue proposta dal governo.

Di mezzo, a questo punto, non c’è solo il futuro dei due protagonisti, gli amici e rivali Johnson e Cameron (e secondo qualcuno il premier dovrebbe dimettersi se perdesse il referendum). Di mezzo ora c’è il futuro del Regno Unito e quello del Partito Conservatore.

I Tory si butteranno a destra verso le posizioni di Nigel Farage, per una Gran Bretagna meno europea ma più internazionale, che si dimentichi dei guai di Grecia, Spagna e Italia? I Conservatori tenteranno di riconquistare quegli elettori euroscettici che lungo la strada hanno preferito l’Ukip? Proveranno a riconquistare lo zoccolo duro dell’Inghilterra profonda che vuole tornare orgogliosa e libera dai lacci di Bruxelles?

Oppure sceglieranno il conservatorismo compassionevole di Cameron, il premier del compromesso che difende il welfare e la sanità pubblica, anche se taglia quasi come la Thatcher? Sceglieranno alla fine il primo ministro che vuole restare in Europa (ma che intanto alla fine strappa a Bruxelles ulteriore autonomia allontanandosi dall’Europa)?

Il referendum del 23 giugno non sarà solo un test importante per il futuro di Londra – dentro o fuori dall’Unione europea – e dunque anche per il futuro della Ue. Il referendum del 23 giugno deciderà che rotta prenderà uno dei principali partiti conservatori d’Europa. Stay tuned!

Twitter: @gaiacesare

(Vignetta di Brighty per il Sun)

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