hollande.vignetta.loi-travailUn commissariato sotto attacco e una donna ferita a Bordeaux. Due banche saccheggiate e la polizia che usa i gas lacrimogeni a Nantes. La ministra El Khomri (che alla legge ha prestato il nome) fermata durante un’intervista dall’irruzione di un gruppo di manifestanti in diretta tv. Sullo sfondo l’incubo del carburante che scarseggia per lo sciopero di raffinerie e distributori, lo stop delle centrali nucleari e quello di metro e bus previsto per la prossima settimana.

Non è il ’68 ma la protesta contro la loi-travail in Francia somiglia sempre di più alle barricate anticapitaliste e antimperialiste di cinquant’anni faNon solo Parigi. Nel Paese è ormai guerriglia quotidiana, violenta e pericolosa, in molte città (e nella capitale si è sfiorata la tragedia dopo l’assalto dei casseur a un’auto della polizia). Un nuovo maggio francese, dicono.

Ci si batte per difendere il diritto a lavorare meno. Ci si batte per arginare i licenziamenti facili, quelli di una generazione che senza lavoro non vede futuro.

Ma le proteste sono fatte di simboli. E l’onda che sta travolgendo la Francia è la rappresentazione perfetta della catastrofe politica di François Hollande. Acclamato nel 2012 come il primo presidente socialista a entrare all’Eliseo dopo 17 anni, il leader che avrebbe dovuto risollevare la Francia dalla crisi economica è oggi il capo di Stato meno gradito della Quinta Repubblica (1958). Ieri complice, oggi certamente ostaggio di un sindacato, la Cgt, che sventola la lotta di classe e intanto mette in ginocchio l’intero Paese. À la guerre comme à la guerre.

Alla fine, il risultato è che il presidente è riuscito nell’impresa di scontentare tutti senza accontentare nessuno. Ripudiato dalla sinistra radicale, che considera troppo à droite il governo di Manuel Valls. E rigettato da chi alla copia preferisce l’originale, i moderati di Sarkozy e Juppé e pure gli ultrà di Marine Le Pen.

Insomma Hollande delude tutti e non è solo questione dei contenuti della loi travail, dalla diminuzione degli stipendi (anche senza difficoltà economiche per l’azienda) all’aumento delle ore di lavoro (o accetti o sei licenziato). Il suo problema è la credibilità. La legge sul lavoro è diventata l’emblema di un governo incapace. Il cui fallimento sta nei numeri. Proprio quelli sul lavoro. Gli stessi che Hollande aveva promesso di ribaltare a inizio mandato. “Non mi ricandiderò se non riuscirò a invertire la curva della disoccupazione”, aveva detto. Ma con lui la disoccupazione ha raggiunto il record negativo peggiore degli ultimi 18 anni. Il presidente ora si gioca tutto. Ma sembra davvero fuori tempo massimo.

vignetta-costituzioneIl governo ha affrontato l’emergenza tardi, a fine mandato, e proprio ora che è fortemente delegittimato. Aveva promesso di fare della concertazione la sua forza e invece ha bypassato il Parlamento approvando la legge per decreto in prima lettura (art. 49.3 della Costituzione), cioè senza discussione né voto (a giugno l’approdo in Senato). Ora che la Francia è quasi alla paralisi, Valls dice che forse lo spiraglio per qualche modifica ci sarà.

Ma ecco il paradosso: i sondaggi dicono che qualsiasi candidato di destra sarebbe più gradito di Hollande alle presidenziali del 2017. I francesi sarebbero pronti a escludere la gauche dai ballottaggi e a votare proprio per quella droite che considera troppo poco liberista la loi travail e promette di fare molto di più. Cambiare sì, forse si può anche in Francia. Ma i francesi vogliono prima licenziare Hollande. Per giusta causa.

Twitter: @gaiacesare

Vignetta (sopra) di Chappatte
(De Gaulle: “La sola cosa da fare in questo Paese: sopprimere il mese di maggio!)

a fianco di Baudry (“E gettandosi su di me, ha urlato: 49.3!)

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