imageLa chiamano Jexit, l’uscita di Jeremy, ma lui di uscire proprio non ne vuole sapere. Muoia Sansone con tutti i filistei. E non basta che l’81% dei parlamentari laburisti lo abbia sfiduciato (172 contro 40). Non basta che il governo ombra che ha nominato si sia dimesso in massa (19 su 30 e altri ne potrebbero arrivare). Non basta che gli abbiano scritto chiaro che più chiaro non si può, nelle lettere di dimissioni, che “serve una nuova leadership”, che con lui “le elezioni non si vinceranno mai” e che intanto si è perso pure il referendum sulla Brexit.

Corbyn no. Il pacifista di ferro che nel settembre 2015 è stato eletto dal popolo laburista a furor di consensi (59,5%) preferisce andare alla guerra col Partito Laburista invece che lasciarne la guida. L’uomo che doveva unire, divide. Ma se ne infischia. Così ora il Regno Unito non solo non sa chi sarà il suo premier ma ha un’opposizione allo sbando, a caccia di un leader mentre tenta di cacciare il suo leader.

È un fatto che non ha precedenti. Ed è l’assurdo di un Paese dove le poltrone si liberano a scrutinio ancora in corso, a urne ancora bollenti. Lo fecero Clegg e Farage nel 2015, a elezioni perse. Lo ha fatto Cameron pochi giorni fa e lui le elezioni, l’anno scorso, le aveva stravinte. Ora i Laburisti aspettano la loro chance, sognano la rivincita mentre i Conservatori sono nel caos post-Brexit. Ma Corbyn no, lui il capitano vuole farlo a ogni costo. Anche se la nave si sta schiantando come il Titanic. Avanti tutta.

image1ridottaChe il Labour non sarà lui a salvarlo, e che lo sta affossando, glielo dicono ormai in tutte le salse. E non glielo dicono solo i rivali conservatori, che a sapere che c’è Jeremy dall’altra parte si fregano le mani. Non glielo dice solo il ricco e cattivo Tony Blair, che al suo partito di elezioni ne ha fatte vincere tre di fila. Glielo dice pure Ed Miliband, ex leader del partito, che lo aveva finora sostenuto. Glielo dicono pure i colleghi, i ministri che lui stesso ha nominato.

“Non avrei mai pensato di votare per disfarmi del leader del Labour. Ma Corbyn deve andarsene. Per il bene del Partito. E del Paese” (deputata laburista).

Se un preside perde la fiducia del suo staff, si dimette. Se la Camera vota la sfiducia, il governo cade e il primo ministro se ne va” (Chris Bryant, numero due del Labour a Westminster, uscito di scena anche lui).

Ma Corbyn no, nessuno lo ferma. Anche se alle ultime amministrative ha segnato il peggior risultato degli ultimi quarant’anni. Anche se non riesce a guadagnare un voto fuori dal recinto tradizionale laburista. Perché dalla sua, dice lui, ha il grande popolo laburista, la base. Che poi si scopre che per metà, a causa della sua tiepida campagna, non sapeva nemmeno da che parte stesse il partito al referendum sulla Brexit e che forse (lo dichiara un elettore su quattro), dopo l’uscita dalla Ue qualche dubbio se rivotarlo ce l’ha. Ma tanto che importa. Il premier non c’è più, la Ue non c’è più e ora non c’è più nemmeno un’opposizione. Vuoi mettere il gusto di un leader pacifista che mette la guerra nel partito?

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Vignetta di Mark Winter, in arte Chicane

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