Isis propaganda“L’attacco in chiesa e il prete sgozzato vicino a Rouen sono la prova, l’ultima, di quanto siamo impreparati ad affrontare l’emergenza estremismo. A uccidere è stato un giovane che avrebbe dovuto essere in carcere, perché le autorità sapevano che si era radicalizzato, che aveva tentato più volte di andare in Siria. Eppure non ci rendiamo conto del pericolo, fatichiamo a riconoscere i segnali e anche quando li individuiamo stentiamo a mettere in atto misure adeguate. Il carcere, nel caso di Adel Kermiche, avrebbe dovuto essere una misura improrogabile”. Valentina Colombo, docente di Geopolitica del mondo islamico all’Università Europea di Roma ci spiega che “il messaggio del jihad è partito. Così da Nizza ad Ansbach fino a Rouen, adesso chiunque può metterlo in pratica. Dall’emarginato allo psicolabile, dal commando al diplomato di buona famiglia fino al musulmano che poco tempo prima non era nemmeno devoto”.  “Non esiste un profilo unico di attentatore ma c’è un unico denominatore comune tra i profili degli attentatori: a un certo punto tutti entrano in contatto con l’ideologia, con l’islam politico. E agiscono. Senza necessariamente dover aspettare una decisione presa a livello centrale”.

13872383_10204871874075131_1016663829_nL’attacco alla chiesa di Rouen sembra un nuovo salto di qualità. Perché questo accanimento contro la Francia?

“L’attacco a una chiesa, un prete sgozzato, sono una prima assoluta in Europa. Ma ormai gli integralisti hanno avuto il semaforo verde dai predicatori dell’odio, dall’Isis, e si scatenano su tutti i simboli che hanno a disposizione. La Francia è un bersaglio da tempo, dalla fase pre-Stato islamico. È stata presa di mira da quando ha emesso la legge contro i simboli religiosi, definita legge contro il velo, ed è ad alto rischio per la sua laicità di Stato che dagli estremisti è considerata miscredenza. Le recenti azioni militari contro i jihadisti l’hanno resa più vulnerabile. Poi c’è il passato coloniale molto forte, il Paese sta vivendo l’immigrazione di quarta generazione”.

Gli attentatori di Rouen sono francesi a tutti gli effetti, anche se figli di immigrati. Non dovrebbero essere pienamente integrati?

“Col passare del tempo si osserva un irrigidimento verso la società che accoglie o che ha accolto la tua famiglia di immigrati in passato. È un irrigidimento che è anche conseguenza di un modello di integrazione decisamente fallito. Ma nel caso di Rouen c’è un’aggravante. Uno degli attentatori era già sotto sorveglianza e aveva cercato di recarsi in Siria invano. Quindi anche gli apparati di sicurezza non hanno funzionato a dovere. E non ci si può più permettere errori di questo genere”.

Ha fallito l’integrazione o ci ha messo lo zampino l’islam politico?

“Il ruolo dell’islam politico è stato decisivo. Abbiamo aperto le porte a Qatar, Arabia saudita e Fratelli musulmani. Così ci sono tantissimi musulmani che vivono la propria religione in maniera serena e tranquilla, che sono nostri referenti naturali. Dall’altra parte, invece, abbiamo tutto l’islam politico, che in questi anni ha predicato in libertà. E il messaggio è arrivato molto più di quanto loro stessi non sperassero. La differenza tra l’Isis e Al Qaida è che le modalità di attacco del primo sono molto semplici: dove posso uso esplosivo, camion, fucili o coltelli. Israele è sempre un banco di prova”.

 Israele è il paradigma?

“Lì sono state e continuano a essere sperimentate tutte le carte: l’attentato suicida, prima compiuto da uomini, poi da donne, poi da donne incinte, poi con i coltelli. Quando cominciò l’Intifada dei coltelli Yusuf Al Qaradawi, che è presidente del Consiglio europeo della fatwa, scrisse un tweet molto eloquente: “La mano che ieri recava la pietra, oggi reca il coltello, domani un’arma”. Sono messaggi verso Israele ma pronti a essere recepiti ogni volta che un musulmano viene chiamato alla resistenza. Tutto ciò che è stato sperimentato contro Israele è a disposizione per essere messo in atto altrove”.

Come si è arrivati al punto in cui la guerra si è trasferita in casa nostra?

“Quello che viene sottovalutato oggi in Italia e in passato in Francia, Gran Bretagna e Germania è l’influenza di un certo tipo di ideologia, il ruolo dei predicatori dell’odio. Non dimentichiamo che per decenni il mondo arabofono è stato mobilitato, attratto, educato da una tv come Al Jazeera”.

Non sarà stata Al Jazeera a diffondere l’integralismo?

“Ha avuto un ruolo fondamentale. Nata come controparte moderata delle tv di regime, come tv libera del mondo senza libertà, ha avuto il monopolio dell’informazione a lungo. E dai propri schermi non solo ha promosso attentati suicidi contro Israele, odio nei confronti dei “sionisti”, degli ebrei, ha iniettato in tutto il Medio Oriente l’odio anti-occidentale. Dalle sue antenne, con il programma “La sharia e la vita”, ha predicato liberamente l’egiziano Al Qaradawi, che ritiene leciti gli attentati suicidi. Per decenni quella tv ha parlato al popolo arabo laico diffondendo messaggi di rabbia, rancore e sangue, in contrapposizione a Israele e all’Occidente. Fino a diventare monopolio di chi l’ha fatta nascere”.

Il Qatar dunque?

“Sì, il Qatar e i Fratelli musulmani, che sono una versione edulcorata dell’estremismo islamico. Se guardiamo alle loro origini, il fondatore dei Fratelli musulmani Hasan Al Banna scrisse una lettera di guerra santa il cui incipit è: “Il jihad è un dovere fondamentale”. La differenza fra l’ideologia della Fratellanza musulmana e quella dello Stato islamico è che per la prima il jihad è un dovere solo in alcune circostanze, mentre per lo Stato islamico il jihad è il dovere principale”.

Eppure in questi giorni abbiamo visto, come nel caso di Nizza, che ci sono giovani radicalizzati in fretta, che non rispondono al modello di musulmano devoto, poco religiosi, che frequentano ambienti gay. 

“Io non credo che nel caso di Nizza la radicalizzazione sia stata così veloce, forse più rapida che in altri casi. Hanno un passato che non può essere definito islamico ma sono tutte persone nate musulmane. Riguardo però ai loro costumi, attenzione, chi non è un islamico devoto è più facilmente adescabile, perché viene fatto sentire vittima e lo Stato islamico può promettere redenzione con un gesto estremo in nome di Dio. Non soloil trascorso nella microcriminalità può rendere il salto verso l’attentato meno difficile”

Come si previene il processo di radicalizzazione?

Non dobbiamo trascurare nessun segnale, non dobbiamo dare per scontata l’innocenza di chi, come nel caso del giovane terrorista di Saint Etienne, i segnali li aveva già dati. Un grande lavoro di monitoraggio va cominciato nelle scuole, soprattutto superiori, dove gli educatori devono essere istruiti a cogliere quei segnali, qualsiasi punto debole. Nelle moschee invece non è sufficiente chiedere il sermone in italiano, perché i sermoni ormai sono già monitorati. Bisogna stare attenti ai predicatori che attraversano il nostro Paese e verificare chi sono i referenti teologici che gestiscono le moschee. Chi ha Al Qaradawi come referente dovrebbe essere considerato un problema”.

La “base” dei musulmani, cioè la maggioranza, non è violenta. Ma c’è un problema di omertà che va affrontato?

“Dobbiamo comprendere che ci sono tantissimi musulmani che si sentono profondamente legati alla propria religione, in maniera non ideologizzata. E che dall’11 settembre in poi i musulmani sono messi in questione, costretti a domandarsi cosa è andato storto”.

Cosa è andato storto con l’islam?

“C’è chi dice che l’islam è una religione di pace e chi afferma che l’islam è la religione della spada. Forse hanno ragione tutte e due le parti. Si tratta di riconoscere che nel Corano c’è tutto e il contrario di tutto e che è arrivato il momento di dare ragione a molti teologi, che però nei loro Paesi sono accusati di apostasia dai propri governi. Affermano che il Corano è sì la parola di Allah ma che c’è una parte, quella militare, strettamente legata al tempo in cui è stato rivelato, che oggi non può più essere presa d’esempio.  Se non riconosci il problema non lo puoi risolvere”.

Dobbiamo avere paura in Italia?

“Noi siamo all’immigrazione di seconda generazione, non abbiamo il passato coloniale della Francia, né l’iniziativa militare di altri Paesi. Veniamo considerati una base logistica di passaggio più che un luogo d’azione. Nessuno può escludere però l’attacco di un cosiddetto “lupo solitario” che per ispirazione può commettere un gesto isolato. Poi c’è il flusso di rifugiati. Come dimostra la Germania, anche su quel fronte non siamo immuni”.

I rifugiati possono rappresentare un problema?

“Perché l’integrazione funzioni deve essere immediatamente chiaro quali sono le regole da rispettare. Va bene l’accoglienza ma è necessario verificare che ci siano i presupposti, verificare l’identità di chi si accoglie e il compito non è sempre facile visto che spesso i documenti sono falsi. Già a quel punto, poi, è necessario stare attenti a qualsiasi segnale di radicalizzazione e monitorare le organizzazioni caritatevoli di stampo salafita che agiscono al momento dell’accoglienza. È lo Stato che accoglie, la società, non un certo tipo di islam. L’accoglienza deve essere neutrale. È evidente che la gestione islamica dei rifugiati, cioè l’intervento di alcune Ong salafite o legate alla Fratellanza musulmana, che aiutano e si affiancano agli stati europei, in troppi casi finiscono per promuovere l’ideologia dell’islam politico e per fare proselitismo”.

Twitter: @gaiacesare

Vignetta di Robert Ariail

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