MayMeritocrazia. “Voglio che la Gran Bretagna sia la più grande meritocrazia al mondo” dice Theresa May. Poi la neopremier conservatrice attacca le scuole private: “Hanno divorziato dalla vita normale”; “Devono fare di più per aiutare le scuole pubbliche se vogliono mantenere i vantaggi fiscali di cui godono”. Ma il piatto forte è l’annuncio di un piano per il rilancio delle grammar school, le scuole pubbliche che ammettono studenti dagli 11 ai 16 anni, selezionandoli per merito, tramite un test di ingresso che consente di avere in classe i più brillanti. 

Cinquanta milioni di sterline la cifra stanziata e un principio: “Voglio che ai bambini che vengono da famiglie ordinarie e della working class sia data la stessa possibilità che i loro coetanei più ricchi danno per scontata”. Chi insomma non ha il denaro per accedere a una buona scuola privata ma ha invece le capacità, deve poter spendere il proprio bottino (intellettivo) in una buona scuola pubblica, per poter competere in futuro con i più fortunati. È il principio opposto a quello che ha ispirato i tre governi laburisti di Tony Blair, il premier che vent’anni fa ha messo lo stop alle grammar school considerandole troppo selettive e concausa della crescita delle diseguaglianze sociali. 

grammar schoolTheresa May tenta di prendersi la rivincita. E da ex studentessa di una grammar school vuole marcare la differenza rispetto ai Laburisti in primis ma anche rispetto al predecessore Cameron. Non a caso il suo governo è composto da molti “cervelloni” come lei, ex studenti delle grammar con i quali condivide un background comune: famiglie non aristocratiche alle spalle ma una buona formazione garantita dalla frequentazione delle scuole super-selettive. Tutt’altra pasta rispetto al governo conservatore di David Cameron, composto invece da ex rampolli benestanti provenienti in gran parte dal prestigioso e costosissimo college Eton e poi approdati a Oxford. Forse è per questo che la riforma, considerata la più ampia degli ultimi 50 anni e il primo grande passo di politica interna della leader inglese  dopo la rivoluzione Brexit, ha scatenato non solo i prevedibili attacchi dell’opposizione laburista ma anche le ire di una fetta della destra (in pole position proprio l’ex ministra dell’Istruzione, la conservatrice Nicky Morgan).

Eppure la premier gioca d’anticipo e cerca di far cadere qualche ipocrisia, a destra come a sinistra: “La selezione c’è già – dice – Ed è quella in base al prezzo delle case”. Si riferisce ai quartieri ricchi e costosi, dove chi compra un’abitazione sa per certo che avrà anche accesso alle scuole migliori. Inutile girarci intorno, insomma. Questo, per la neo-premier, è l’ostacolo alla mobilità sociale. 

Quanto agli altri punti caldi della riforma: nessuna guerra alle scuole confessionali, soprattutto non a quelle cattoliche che nel Regno Unito si contraddistinguono per gli ottimi risultati e che la premier elogia. May intende anzi togliere il limite che prevede quote del 50 per cento destinate ad altre comunità religiose. E nessuna marcia indietro nemmeno sulle tasse universitarie, già altissime (oltre 9mila sterline l’anno) e che aumenteranno di poco (ecco uno degli altri punti critici).

La riforma è già sotto il fuoco di opposizione e rivali interni al partito. E May potrebbe non avere gioco facile, addirittura rischiare la sua risicata maggioranza. Ma l’intenzione della leader inglese è chiara: cominciare a cambiare il Paese da uno dei suoi pilastri, la scuola.

Lo fece anche Tony Blair con lo slogan vincente “Education, education, education”. E poi fu un lungo trionfo. Quasi vent’anni dopo Theresa sulla scuola si gioca l’inizio (ma qualcuno sostiene anche il destino) del suo nuovo governo.

Vignetta di Bob Moran per il Telegraph

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