Adams May BrexitIl referendum sulla Brexit, un grande esercizio democratico con cui il Regno Unito ha deciso di riprendersi la sovranità da Bruxelles, ora si infrange contro il potere di un grande organo democratico, il Parlamento di Westminster, che si riprende la sovranità. Ma dagli inglesi. Dopo la sentenza dell’Alta Corte, sarà il Parlamento di Londra a dover votare e a dare al governo il via libera per avviare l’iter di uscita del Regno Unito dall’Unione europea. E Westminster potrebbe anche decidere di disattendere la volontà popolare espressa con il voto “consultivo” del 23 giugno. Una larga fetta di deputati è da sempre contraria alla Brexit e fra questi si stima ci siano anche 185 deputati conservatori, membri cioè del partito di governo, oltre al Partito Laburista (almeno nella sua linea ufficiale), ai nazionalisti scozzesi dello Snp e ai LibDem. È il paradosso di un Paese il cui voto per l’uscita dalla Ue non è ancora accettato da una larga fetta di elettori, di politici e di “poteri forti” come la City.

Così ora la democrazia parlamentare rischia di frenare la democrazia popolare per aprire certamente a un periodo di incertezza, una fase che il governo di Theresa May sperava di aver scongiurato annunciando di voler avviare da marzo 2017 l’iter per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Eppure la nuova era, che potrebbe anche portare a elezioni anticipate, dopo il caos offrirà l’occasione per fare chiarezza sui giochi confusi che hanno finora dominato la Brexit.

Entrambi i partiti, infatti, si sono spaccati al loro interno fra pro e contro. Ma cosa decideranno di fare ora? Che farà il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn? Fortemente sospettato di essere un pro-Brexit, Corbyn è alla guida di un partito ufficialmente contro l’uscita dalla Ue ma è stato accusato dai suoi stessi deputati di non aver aiutato il fronte pro-Europa prima del referendum. In effetti anche il ministro ombra del Labour incaricato proprio del dossier Brexit, oltre ad ammettere che l’immigrazione è troppo alta nel Regno Unito, finora non ha speso energie a favore del mercato unico e ne ha sempre dato per scontata l’uscita. La linea del Labour di Corbyn è quantomeno opaca. Come dimostrano le vicende delle ultime ore. In un’intervista al Sunday Mirror, il leader pare abbia annunciato che tenterà di bloccare in Parlamento l’addio a Bruxelles se il governo non garantirà a Londra accesso al mercato unico. Sarebbe una beffa per gli elettori laburisti pro-Brexit. Non a caso, poco dopo, è arrivata la smentita di fonti del Labour, che additano il tabloid per aver forzato le parole del proprio leader.  Confusione che si aggiunge a confusione. D’altra parte, per essere coerenti con la linea ufficiale del partito, i deputati laburisti (anche quelli genuinamente contrari all’uscita dalla Ue) in Parlamento dovrebbero disattendere il volere dei propri elettori, che nel 70% dei collegi pro-Labour hanno votato contro le attese e a favore dell’addio a Bruxelles. Ma rischierebbero, in futuro, di perdere il proprio seggio, cedendo alcuni dei collegi in bilico agli euroscettici dell’Ukip.

Ad appoggiare infatti la linea anti-Europa nel referendum del 23 giugno si stima siano stati oltre il 30% degli elettori laburisti e oltre il 50% di quelli Conservatori.

Che succede ora a destra? Qualche parlamentare Tory sta già gettando la croce contro la premier May ma è improbabile che siano molti altri a seguire la stessa strada. Difficile che anche i deputati Tory votino contro la volontà popolare e a danno del governo Conservatore nato per mandare in porto “con successo” l’uscita dalla Ue. E i Lord? Sembra impensabile che una Camera non-elettiva possa assumersi la responsabilità di rovesciare il verdetto degli elettori. 

Alla fine Brexit sarà, anche se qualche sondaggio registra un ripensamento fra gli elettori a proposito del rapporto con la Ue. Con il Paese e i partiti che rischiano di tornare a un clima di guerra civile nella peggiore delle ipotesi e a nuove elezioni, dunque a un periodo di incertezza, nella migliore delle prospettive. Alla fine del tunnel, però, è davvero improbabile che l’uscita da Bruxelles non ci sia. Soft o hard, morbida o dura, è da decidere. Ma con il Partito Conservatore in netto vantaggio sui Laburisti nei sondaggi, con l’Ukip che riprende quota (spesso proprio ai danni del Labour) e con la rabbia degli elettori che monta di fronte all’esito del referendum rimesso in discussione, per i pro-europei la sconfitta alla fine potrebbe essere doppia. La prospettiva che dopo le elezioni generali i Tory stravincano e con loro anche la linea della “hard Brexit” non è poi così remota. E stavolta lo sarebbe in nome del popolo e del Parlamento sovrano. Dura Brexit sed Brexit.

Facebook: Gaia Cesare

Twitter: @gaiacesare

Vignetta di Christian Adams per il Daily Telegraph

(aggiornato domenica 6 novembre)

Tag: , , , ,