manchesterUn’altra strage islamista, la peggiore dal 2005 nel Regno Unito. E un’altra campagna elettorale sospesa. A Manchester come al Bataclan di Parigi, il terrorismo di matrice religiosa prende di mira un concerto, espressione massima di libertà, sregolatezza e stile di vita occidentale. Vittime predilette: la nostra gioventù. Ma c’è un altro particolare che ha una valenza non meno simbolica in questa guerra ai “crociati”. Mentre attacca la folla inerme in un luogo di aggregazione e divertimento, il terrorismo islamista colpisce anche in un altro momento cruciale per le nostre democrazie: la vigilia delle elezioni.


A Manchester come sugli Champs Elysée gli jihadisti sfiorano di nuovo il voto di una delle più solide democrazie europee
. A fine aprile era toccato alle presidenziali francesi, congelate per qualche giorno, a causa dell’attacco terroristico e dell’uccisione di un poliziotto sul viale simbolo di Parigi, quando di giorni ne mancavano appena tre al primo turno del voto per la scelta del nuovo inquilino dell’Eliseo. soldati-BigBenOggi succede di nuovo nel Regno Unito, con la bomba al concerto dell’Arena di Manchester quando mancano due settimane alle elezioni generali in cui si deciderà se bocciare o confermare il governo conservatore di Theresa May. Non a caso l’esercito arriva nelle strade di Londra a difesa dei palazzi del potere: da Westminster a Downing Street, dalle ambasciate a Buckingham Palace. Un nuovo attacco sarebbe infatti “imminente”.

Che la jihad giri attorno ai luoghi e alle date simboliche del potere politico europeo lo si era capito in principio, oltre dieci anni fa, nel 2004, quando una delle prime e peggiori stragi islamiste, quella di Madrid, causò quasi duecento morti a tre giorni dalle elezioni generali. L’allora premier di centrodestra Aznar finì ko anche per aver attribuito all’Eta l’attentato, opera invece degli islamisti di Al Qaeda.

Gli jihadisti colpirono nuovamente, in maniera barbara, un anno dopo, il 7/7 del 2005 nella metropolitana di Londra (52 vittime) mentre  a Gleeneagles, in Scozia, si svolgeva il G8 e Tony Blair dovette rientrare di corsa nella capitale.

Gli jihadisti ci provarono ma non ci riuscirono il 29 giugno 2007 a Londra (due autobomba inesplose) e il giorno dopo a Glasgow, città natale del premier Gordon Brown (insediatosi appena quattro giorni prima) dove un suv in fiamme si lanciò contro il terminal dell’aeroporto.

E senza correre troppo indietro nel tempo, già in occasione delle stragi del 13 novembre 2015 in Francia, il presidente francese Hollande fu costretto a lasciare lo Stade de France dopo le due esplosioni avvenute fuori dall’arena durante l’amichevole Francia-Germania.

Un copione simile a quello che due mesi fa ha visto protagonista Theresa May, fuggita di fretta da Downing Street in seguito all’attentato di Westminster, il Parlamento simbolo della democrazia moderna, quando un uomo alla guida di un suv si è lanciato contro la folla del Westminster Bridge falciando decine di pedoni, uccidendone quattro e schiantandosi contro il cancello del Parlamento. Prima di essere ucciso, l’attentatore ha accoltellato un poliziotto. Un incubo che ha rischiato di ripetersi ancora a fine aprile, quando un uomo armato di coltelli è stato arrestato dalla polizia a Whitehall, e di nuovo in queste ore davanti a Buckingham Palace, poco prima del passaggio della regina in auto.

Il terrorismo mostra i muscoli nei confronti di uno dei Paesi maggiormente impegnati contro lo Stato islamico in Siria e Iraq. E lo fa, in Francia come in Gran Bretagna, alla vigilia di un momento simbolico per le democrazie occidentali: la chiamata alle urne.

Eppure gli estremisti terrorizzano i cittadini ma non riescono a terrorizzare le nostre democrazie. Le stragi influenzano il dibattito pubblico ma non lo condizionano al punto da stravolgerlo.

Gli stragisti islamisti non ci sono riusciti in Francia, dove alla fine ha prevalso la linea di Emmanuel Macron: nessuna chiusura delle frontiere e difesa della Francia multietnica.

Non ci sono riusciti nemmeno a Londra, la capitale che ha deciso di eleggere un sindaco musulmano di origini pachistane.

Nemmeno il killer britannico entrato in azione alla vigilia del referendum sulla Brexit – nulla a che vedere con il terrorismo islamista – è riuscito a condizionare l’esito del voto con l’omicidio della deputata laburista Jo Cox. Nonostante l’assassinio della parlamentare contraria all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il Paese alla fine ha scelto l’addio a Londra.

Dopo l’attentato di Manchester è più probabile che gli elettori cerchino un governo “forte e stabile” e che vedano in Theresa May la leader in grado di garantirlo, nonostante la rimonta registrata negli ultimi giorni dai laburisti (che pure restano a dieci punti di distacco dai Tory). Il tema della sicurezza si incrocerà ora proprio con quello della Brexit, centrale in questa campagna elettorale. La voglia di stabilità crescerà nei prossimi giorni così come probabilmente la convinzione che sia necessario portare a compimento una Brexit di successo, capace di restituire a Londra il pieno controllo delle frontiere.

“Quando l’immigrazione è troppo alta, quando il passo del cambiamento è troppo veloce, è impossibile costruire una società coesa”, disse May in un celebre discorso un paio di anni fa. Perché se è vero che il terrorista di origini libiche entrato in azione a Manchester è un cittadino britannico di 22 anni, è anche vero che Salma Abedi fa parte della schiera di immigrati di seconda e terza generazione, simbolo di un’integrazione fallita.

Eppure a Londra come a Parigi, il dibattito pubblico resta quello di una democrazia matura, che si rifiuta di parlare di terrorismo “islamico” ma lo definisce “islamista” (anche Marine Le Pen), cioè “la perversione di una grande fede” (Theresa May). “I tentativi di dividere la nostra società non funzioneranno” ribadisce la premier inglese.

I terroristi ci attaccano e ci terrorizzano ma non sono ancora riusciti a minare i principi fondamentali delle nostre democrazie. E questa è la buona notizia all’indomani dell’ennesima strage.

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