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Come nei divorzi d’amore, quando la coppia dà il peggio di sé prima di arrivare alla firma consensuale (semmai ci si arrivi), lo spettacolo che il Regno Unito sta offrendo al mondo è una carrellata di errori ed orrori, ripicche, indecisioni e scivoloni che ci restituiscono l’immagine di un Paese in piena parabola discendente, se non in picchiata. Sepolta la Cool Britannia del boom culturale e artistico. Addio alla fruttuosa era politica in cui Blair univa la nazione e affascinava mezzo mondo con il suo modello neolaburista. La Gran Bretagna è in un’impasse politica e istituzionale e sembra lentamente essere diventata uncool, meno affascinante e attrattiva di qualche anno fa.

 Il governo sotto continua pressione, la poltrona della sua leader eternamente in bilico, le faide interne, il Parlamento in subbuglio, i voti di fiducia e sfiducia, i continui appuntamenti cruciali che non sfociano in nulla di risolutivo. È il triste spettacolo che arriva da Londra, mentre nel Paese crescono l’ansia e la frustrazione generali, in attesa di un epilogo sul quale non si trova convergenza, figurarsi un’intesa.

A due mesi dall’addio all’Unione europea – mentre serpeggia il sospetto che l’addio potrebbe non esserci mai o che possa essere talmente drastico da provocare un vero choc – la crisi sta facendo emergere il marcio, il lato oscuro e gli errori più evidenti dei protagonisti politici di questa vicenda e sta svelando i mezzucci con i quali ognuno tenta di portare acqua al proprio mulino mentre toglie respiro alla nazione intera.

THERESA MAY Indefessa nel suo tentativo di realizzare la volontà popolare, cioè di lavorare per l’uscita dalla Ue, la premier non è stata finora capace di tenere insieme la sua maggioranza sul dossier Brexit. Come spera di riuscire a convincere un buon numero di parlamentari? Nel frattempo, è riuscita in un’impresa che pareva impossibile: mettere d’accordo tutti contro il piano da lei concordato con la Ue. Dieci per l’impegno, zero per i risultati, almeno finora
 
JEREMY CORBYN Il leader del Labour, uomo del dialogo che ha sempre sostenuto fosse necessario tenere un canale aperto anche con i terroristi (da Hamas a Hezbollah), si rifiuta di incontrare May finché la premier non escluderà l’opzione no-deal. Esagerato. Nel frattempo lui finora si è rifiutato di seguire la spinta della base che preme per un secondo referendum (solo in queste ore è arrivato un emendamento che chiede ai Comuni di valutare l’ipotesi). Punta a elezioni anticipate. E la domanda che si fanno tutti, laburisti compresi, è la seguente: sta davvero pensando all’interesse della nazione o solo a quello del suo partito? E con lui al governo, la Brexit sarebbe davvero un problema risolto?
 
I DURI DELLA BREXIT Hanno imposto il referendum a David Cameron, lo hanno vinto ma non vogliono fare i conti con l’altra metà del Paese che ha votato a favore dell’Europa. Sono disposti a un’uscita disordinata e non consensuale, il No deal, pur di non accettare un compromesso. Ma rischiano di veder sfumare l’intera Brexit se si formerà una maggioranza parlamentare per il rinvio o la sospensione dell’articolo 50 che ha fissato l’uscita al 29 marzo 2019. Oppure se il partito del secondo referendum avesse la meglio e i pro-Europa la spuntassero
 
I NO BREXIT E IL VOTO BIS Ancora non si sono ripresi dallo choc dell’addio alla Ue votato a giugno 2016. Chiedono il ritorno alle urne, per fare chiarezza in una situazione quanto mai caotica. Sono sempre più numerosi e sempre più trasversali, ma sembrano ignorare il grande rischio. Un secondo referendum partirebbe con gli animi degli inglesi ancora più esasperati. E non è affatto detto che i Remainers vincerebbero. Nigel Farage ha già annunciato di essere pronto a tornare nell’arena
 
IL DUP Il partito unionista nord-irlandese tiene in piedi il governo con i suoi deputati, che lo appoggiano dall’esterno, e pretende che il Nord dell’Irlanda resti in tutto e per tutto allineato alla Gran Bretagna, con la quale forma il Regno Unito. Eppure quel Nord, in passato afflitto da gravi violenze sul suo futuro politico, ha votato per il Remain. Non la Repubblica d’Irlanda, Stato indipendente ed europeista, ma l’Ulster. Nel frattempo, l’effetto del continuo braccio di ferro su questo spicchio di Regno, nei travagliati negoziati per la Brexit, è che le tensioni si sono acuite nella “provincia”. Un’autobomba è tornata a esplodere a Londonderry. Vent’anni di pace a rischio.
 
Infine, come in ogni separazione che si rispetti, ci sono le circostanze, fortunate o sfortunate. Donald Trump alla Casa Bianca, la coincidenza di trovare dall’altra parte dell’oceano un leader isolazionista che stringe la mano a Nigel Farage e non disegna i sovranisti d’Europa non sta aiutando il governo di Londra a uscire dalle sabbie mobili. Lo spettacolo è desolante. The show must NOT go on
Twitter: @gaiacesare
Vignetta di Patrick Blower per il Daily Telegraph
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