The Labour Party Launch Their Election ManifestoTassare i ricchi per finanziare i servizi pubblici. Riscrivere le regole dell’economia con un programma “radicale” – come lo chiama lui stesso – il più radicale da molti decenni, il più socialista dagli anni Settanta. Jeremy Corbyn, leader della sinistra inglese, alla guida del Partito laburista dal 2015, dall’alto dei suoi 70 anni si gioca l’ultima carta della carriera promettendo una rivoluzione economica e sociale, con cui punta a vincere le elezioni del 12 dicembre e a governare il Regno Unito dopo 9 anni di potere conservatore. Il suo obiettivo: farsi Robin Hood – o meglio Corbyn Hood - togliere ai pochi (milionari), per ridare ai molti, quelli che arrancano per arrivare alla fine del mese.

Come? Imponendo più tasse su quel 5% degli inglesi – dice lui – che guadagna oltre 80mila sterline l’anno (93mila euro) e su chi possiede una seconda casa. E poi rimettendo in mano allo Stato alcuni settori nevralgici, dalle ferrovie alle poste, dall’acqua all’energia, fino alle telecomunicazioni, con la rinazionalizzazione della compagnia telefonica British Telecom. Avanti tutta fino a una rivoluzione verde che creerà milioni di posti di lavoro nell’industria eco-friendly, finanziata grazie a un fondo di 11 miliardi di sterline (13 miliardi di euro), foraggiato da una tassa sui profitti in eccesso delle compagnie petrolifere e del gas. Una svolta epocale verso politiche green. corbyn hoodCondita da una sfilza di promesse ambiziose: settimana lavorativa di 32 ore entro 10 anni, abolizione delle tasse universitarie, congedo di maternità pagato per un anno, aumento del 5% dei salari già dal 2020, 150mila nuove case popolari, banda larga per tutti, cittadini e imprese, entro il 2030.

È il manifesto “della speranza” presentato dal leader della sinistra, che garantisce: aumenterò del 4.3% il budget del servizio sanitario nazionale (Nhs) e farò di tutto per evitare che venga svenduto agli americani (ha le prove, dice, che ci siano state trattative con i Conservatori per aprire il mercato sanitario britannico agli americani).

Sulla Brexit, il capitolo più controverso e quello su cui sono puntati gli occhi del mondo, Corbyn intende rinegoziare l’accordo di uscita dall’Unione Europea firmato dall’attuale governo tory e poi sottoporre il nuovo accordo al voto dei cittadini entro tre mesi, con un secondo referendum,  in cui sarà offerta l’opzione di restare nella Ue. Si ricomincerebbe tutto da zero. Corbyn ha già detto che resterà neutrale in caso di secondo voto. Una ambiguità che gli viene rimproverata, ma probabilmente necessaria per evitare ulteriori fratture nel partito. Intanto il rivale Johnson lo incalza: “Come si fa a restare neutrali su una questione vitale per il nostro Paese?”.

Il leader laburista non ha dubbi: il suo “è il programma di politiche popolari bloccato per un’intera generazione”. La cantante inglese Lily Allen si commuove e, letteralmente in lacrime, spiega in un video: è il miglior manifesto politico che abbia mai visto.

Davvero è così? L’obiettivo è ambizioso ma i possibili risultati parecchio incerti e controversi. Tanto che molti economisti e il mondo del business – non solo gli avversari – parlano di suicidio politico. In poche parole: tasse più alte per tutti, non solo per il 5% dei ricchi a cui punta Corbyn, un freno alla crescita, il deficit che potrebbe infrangere la soglia del 3% e lo Stato che dilaga al posto delle imprese, soffocandole invece di lavorarci insieme. Secondo l’Institute for Fiscal Studies (istituto indipendente di analisi delle politiche pubbliche), a dispetto delle promesse, il piano Corbyn “non è credibile”, farà impennare l’indebitamento del Paese, con il deficit annuale di spesa che salirà fino al 4% contro il 2.8% previsto in caso di vittoria dei Conservatori (pronti anche loro a indebitarsi per la crescita). Il piano di tassazione da 83 miliardi di sterline con il quale Corbyn intende finanziare la sua rivoluzione – dicono molti economisti – non riuscirà a coprire “il più massiccio incremento di spesa pubblica dal Dopoguerra”. E alla fine, a pagare, saranno tutti, classe media e working class. Il piano “per un cambiamento reale” (questo lo slogan laburista) rischia insomma di far virare il Regno Unito verso un populismo di sinistra buono per raccattare voti ma pessimo per l’economia, spingendo uno dei Paesi culla del liberismo verso una forma di socialismo obsoleto.

Corbyn ce la farà? I sondaggi dicono che i Conservatori sono in vantaggio  (dai 10 ai 15 punti percentuali, ma quel che conta è vincere seggio per seggio) che i Tory sono ritenuti dagli inglesi più credibili proprio sull’economia. Le rilevazioni raccontano che il primo ministro Boris Johnson è considerato un premier migliore di quello che Corbyn potrebbe essere. Eppure la Corbynomics ha i suoi fan, quei cittadini stanchi dell’austerità, che tifano per l’ingresso dei lavoratori nei consigli di amministrazione, che sono stanchi di una società elitaria e classista in cui la chiave per l’ascesa sociale – le scuole e le università migliori – sono costosissime per la classe media e perpetuano il successo di pochi privilegiati.

Eppure Corbyn è additato da una parte di ex membri del suo stesso partito come un estremista di sinistra che sta distruggendo l’ala centrista del Partito Laburista, che mette a tacere il dissenso interno e strizza l’occhio all’antisemitismo. L’ex premier laburista Tony Blair avverte: il populismo di sinistra di Corbyn contro i miliardari e “il sistema corrotto” non è più accettabile del populismo di destra di Donald Trump.

Come finirà? Tutto è ancora possibile in questa elezione in cui il voto sarà frammentato anche a causa della Brexit (molti contrari all’uscita dalla Ue potrebbero votare per il Partito Liberaldemocratico). Mentre le sirene della rivoluzione suonano nel Regno Unito, a Londra si rischia un nuovo Parlamento senza maggioranza. E se la rivoluzione di sinistra non si farà, Londra potrebbe tirar dritto verso una nuova era conservatrice.

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