Boris Sunday Times“Gli elettori di questo Paese hanno cambiato il nostro governo e il nostro partito in meglio. Dobbiamo ripagare la loro fiducia adesso lavorando per cambiare il nostro Paese in meglio. E non dovremmo assolutamente avere alcun imbarazzo nel dire che siamo il governo del popolo e lavoreremo per onorare le priorità dei britannici. Dobbiamo riconoscere che la gente ci ha prestato i suoi voti in questa elezione. È stata un’elezione sismica, ma dobbiamo ripagare la loro fiducia lavorando 24 ore al giorno. I primi cento giorni saranno molto impegnativi, ma non avete ancora visto nulla, ragazzi. La gente ha aspettative molto alte e noi dobbiamo mantenere i nostri impegni”.

L’epoca Johnson comincia così, con la riunione di Gabinetto del suo riconfermato governo, e la consapevolezza che la vittoria dei Conservatori è stata un terremoto nella politica inglese. Che un segnale chiaro, finalmente, è arrivato dopo tre anni e mezzo di scontri e battaglia politica: la Brexit si deve fare, subito, e poi voltare pagina una volta per tutte.

In un bagno di concretezza, quella che sembra essere mancata a Jeremy Corbyn e al suo mirabolante programma, pesantemente punito alle urne, ma di cui Corbyn si è scusato solo a metà, Boris si è detto consapevole che il voto del 12 dicembre è in “prestito”, strappato a elettori tradizionalmente laburisti, quella working class che ha dato ai Tory persino più fiducia della middle class, il tradizionale bacino conservatore. Johnson sa che per mantenere quei consensi bisognerà lavorare soprattutto per la gente comune, la classe operaia. Ed è perfettamente cosciente che gli elettori del Nord dell’Inghilterra e delle altre circoscrizioni finite in mano ai Tory hanno voluto scommettere, votando il partito che storicamente non ha mai rappresentato i loro interessi. Quei voti potrebbero dileguarsi senza un buon governo, una visione per il futuro, un programma di lungo termine, obiettivi ambiziosi e se non si presterà grande attenzione ai nuovi elettori. I voti saranno confermati, invece, se si punterà sugli investimenti nella sanità, nella scuola, nell’edilizia pubblica, affrontando le questioni sociali più scottanti, mettendo lo stop all’aumento delle tasse e poi, certo, tirando dritto verso l’obiettivo principale: la fine dello psicodramma nazionale, la Brexit. Con o senza accordo con la Ue. Purché  il Regno Unito si riprenda sovranità e controllo delle frontiere, come chiesto dagli elettori.

Il Johnsonismo promette di essere questo: un governo forte sui temi dell’identità, con un rigurgito di nazionalismo e orgoglio british mai sopito. Una destra nella sua doppia e nuova formula: tradizionale sui valori, molto più allargata nella sua base. Una destra che ingoia la classe operaia e la middle class, che punta a trasformare quei voti prestati in voti strutturali. E che ruba a sinistra temi, elettori e il carisma della leadership. Avanti così e il ritorno del Labour al governo sarà una dura scalata con molti feriti e un morto che cammina: Jeremy Corbyn.

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