Blair IMG_5403Il risultato elettorale del Partito laburista? “Una vergogna. Abbiamo deluso il nostro Paese”. Le ragioni della peggiore sconfitta della sinistra inglese dal 1935? “Un’indecisione quasi comica sulla Brexit, che ci ha alienato tutte e due le parti del dibattito”, europeisti e antieuropeisti. E poi ancora, a pesare sul pessimo risultato, è stata l’offerta di un “socialismo quasi rivoluzionario, un mix di politica economica di estrema sinistra, unito a una profonda ostilità verso la politica estera occidentale”. Infine lui, Jeremy Corbyn, visto dagli elettori come un leader “fondamentalmente in contrapposizione con quello che la Gran Bretagna e l’Occidente rappresentano”, sostenuto da un movimento di protesta totalmente incapace di essere votato come “governo credibile”.

Parla così oggi a Londra Tony Blair, il premier di maggior successo della storia del Labour (vincitore di tre elezioni consecutive, al governo dal 1997 al 2007), poi finito nel cono d’ombra del suo stesso partito, i cui vertici si sono spostati più a sinistra. Oggi Blair è in parte rimpianto dagli elettori (poco), in parte ancora odiato (molto) per la decisione di coinvolgere il Regno Unito nella guerra in Iraq, per il suo stile di vita, le amicizie con i ricchi del pianeta e le consulenze milionarie in giro per il mondo, anche a favore di qualche regime non proprio specchiato.

Eppure nessuno meglio di lui, che fu l’uomo della Terza Via europea e seppe trovare un compromesso fra destra e sinistra, fra libero mercato e politiche di solidarietà, può restituirci un’analisi altrettanto lucida e incisiva sulla debacle laburista. Blair arriva al cuore del problema e non è difficile capire perché: conosce bene gli elettori, specie quelli di centro che era riuscito a conquistare riportando il Partito Laburista al governo. Conosce il business e le imprese, con cui aveva rilanciato l’economia negli anni della Cool Britannia. Perciò è certo di quello che ormai sembra chiaro a tutti e che lui aveva largamente anticipato: se non fosse stato per Corbyn, per la sua decisione di accettare l’elezione di Natale, di cadere cioè nella trappola di Boris senza avere una linea chiara sulla Brexit, “avremmo tenuto gran parte dei nostri voti nelle aree laburiste tradizionali”. E se non fosse stato per l’incapacità di Corbyn di affrontare l’antisemitismo nel partito – una circostanza “che ci ha lasciato disgusto” – non ci saremmo “sentiti per la prima volta in conflitto nel votare Labour”.

A proposito del programma laburista alle ultime elezioni – una sfilza di promesse ambiziose e costose, che Corbyn ancora difende – Blair è lapidario: “È stato un urlo contro il sistema ma non è un programma di gioverno” . E ancora: “Qualsiasi pazzo può promettere qualsiasi cosa gratis, ma la gente non si è fatta prendere in giro”.

Cosa accadrà adesso? Corbyn ha detto che si farà da parte con il nuovo anno. Molti gli rimproverano di continuare a logorare il partito senza un’uscita di scena immediata. Il Labour deve scegliere la sua anima. Ma soprattutto – dice Blair – deve rinnovarsi. “O si rinnova, come un concorrente per il potere, serio, progressista e non conservatore. Oppure, se rinuncerà a questa ambizione, sarà sostituito. La scelta è questa: cruda, dura, difficile, ma vera”. “Per conquistare il potere, abbiamo bisogno di autodisciplina, non di autoindulgenza, dobbiamo ascoltare cosa dice davvero la gente, non sentire solo la parte che vogliamo ascoltare noi” . Infine serve creare una nuova agenda politica, al centro della quale deve esserci la “comprensione e mobilitazione dell’industria tecnologica, che è l’equivalente della Rivoluzione industriale del XIX secolo”.

Cosa vuol dire questo? Che “c’è una montagna da scalare” per il Labour, come ha ammesso uno dei candidati alla leadership, Keir Starmer, fin qui ministro ombra per la Brexit e come Blair favorevole a un secondo referendum. Ma il tempo scorre. E Re Boris, con una maggioranza schiacciante e il “governo del popolo”, proverà ora a conquistare per sempre i cuori della working class.

Twitter: @gaiacesare

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