coronavirusCi sono in gioco tutte le nostre certezze. C’è di mezzo ogni aspetto della vita pubblica e privata, del mondo avanzato e ovattato che conosciamo oggi. Dei traguardi che abbiamo raggiunto o che pensavamo di avere raggiunto. C’è di mezzo tutto il nostro mondo in questa emergenza coronavirus: il nostro quotidiano, la geopolitica, la biologia, la medicina, l’economia e la psicologia.

La geopolitica. All’origine dell’emergenza c’è il lungo silenzio della Cina, un regime che si è preoccupato per oltre un mese di tenere riservata la notizia sulla diffusione del virus, intimando con l’arresto al medico che per primo, il 30 dicembre, ha lanciato l’allarme, di non diffondere false notizie e aprendo un’inchiesta ai suoi danni per “diffusione di dicerie”. Li Wenliang alla fine è morto, eroe-vittima di una delle dittature più feroci del pianeta. Come lo è l’Iran, che tenta di censurare le informazioni sulle vittime. Secondo le denunce di chi è riuscito ad aggirare la censura, sarebbero molte di più di quanto sostiene Teheran. Non siamo immuni dai regimi altrui.

Ci sono di mezzo la ricerca, la biologia e la medicina. L’attesa ora è per il vaccino. A cui un contributo speciale hanno dato prima le ricercatrici italiane Francesca Colavita e Concetta Castilletti, che sono riuscite a isolare il virus grazie al team del Laboratorio di Virologia dello Spallanzani di Roma guidato da Maria Rosaria Capobianchi. Poi l’Ospedale Sacco e l’Università di Milano, decisivi per individuare e studiare le tre sequenze genetiche del virus in circolazione in Lombardia. In un Paese che spesso ha umiliato le sue eccellenze, è un piccola-grande medaglia alla tenacia e al lavoro silenzioso di molti. Nel frattempo diverse società dicono di essere vicine al traguardo: il vaccino potrebbe essere a disposizione non prima di qualche mese, forse in autunno. Attesa e incertezza, si viaggia nell’universo del possibile.

Ci sono di mezzo l’economia e la mobilità. Un mondo interconnesso, con spostamenti continui in ogni angolo del pianeta, ha trasformato un’emergenza sanitaria locale in una epidemia su scala mondiale (pandemia). Grandi eventi cancellati, colossi internazionali come la Apple che spostano la loro produzione e chiudono migliaia di punti vendita. Con il rischio di una nuova recessione, specie nel nostro Paese dove sono state colpite finora le aree più produttive. Lo smart working o il telelavoro, adottati ora da molte aziende, potrebbero in qualche modo aiutarci a limitare i danni. Ma il coronavirus alimenta nuove paure sul futuro delle nostre economie.

C’è di mezzo la sanità, la capacità di risposta delle nostre strutture, con i medici in prima linea, molti dei quali infettati, e il conseguente rischio che il sistema possa collassare sotto stress (ma niente panico, finora il nostro ha dato buona prova. E la Ue ha riconosciuto una risposta “rapida, efficace e trasparente” delle nostre autorità).

Infine c’è di mezzo la psicologia, la nostra risposta più o meno consapevole alla crisi, e quella emotiva. La paura dell’altro, del possibile untore, di una socialità condizionata, e la paura che è scattata in maniera sproporzionata con l’assalto ai supermercati o ai treni, in Italia come in Francia o negli Stati Uniti. Eppure questo deve essere il momento della responsabilità, il panico non aiuta. I nostri comportamenti possono fare la differenza. Ma il Covid-19 si diffonderà comunque, dobbiamo cercare solamente di limitare i danni.

Eccola la vita ai tempi del coronavirus. Tutte le nostre certezze vacillano. Ci scopriamo più fragili di quanto credessimo. E speriamo almeno che questa triste esperienza ci aiuti a costruire una società migliore. Perché nulla, è la previsione, sarà mai più come prima.

twitter: @gaiacesare

Tag: