Nel giro di due anni è diventato uno dei nomi da tenere d’occhio nel panorama rap italiano. Ha partecipato a entrambe le edizioni di Mtv Spit, arrivando secondo per due anni consecutivi. Ha trovato nella Machete Crew di Salmo e soci il naturale approdo per una musica ricca di riferimenti a cult e dark movie, costruita – parole sue – in una continua ricerca del miglioramento e della perfezione.

Nitro

Da una realtà di provincia, Nitro ha raggiunto Milano e l’interesse di tutta Italia. Ha appena pubblicato il suo primo album. Il titolo? Danger.

Mtv Spit, la Machete, un album. Ma prima chi eri? Come sei arrivato qui?

Dove sono arrivato… Non me ne rendo conto neppure. È successo tutto dopo l’esperienza con la prima edizione di Mtv Spit, che mi ha traghettato fino a dove sono ora. È come se mi fosse esplosa una bomba in mano. Prima il mio nome era conosciuto solo in qualche giro underground.

Quel poco di fama mi derivava dall’aver partecipato al contest di freestyle Tecniche Perfette. A 15 e 16 anni ho vinto la competizione regionale, arrivando a quella nazionale. Sono un perfezionista, per questo non sono mai stato l’artista che per farsi conoscere mette su youtube un brano alla settimana. Volevo essere a un certo livello prima di realizzare qualcosa di ufficiale.

Poi Mtv e due ottimi piazzamenti. Com’è andata?

Mi sono divertito. Per me fare freestyle è questo. La prima volta a Spit c’era anche paura. Mi confrontavo con nomi di peso, che ascoltavo e volevo incontrare. Nella seconda edizione avevo alle spalle un anno di palchi con la Machete Crew. I live sono serviti a darmi più confidenza.

Spit. Una vetrina per emergere o un “ring che rovina l’hip-hop”?

Io sto in mezzo tra i due punti di vista. Capisco chi critica un prodotto che può sembrare lontano dalla nostra realtà, in cui a giudicarti ci sono nomi che con il rap c’entrano poco. È vero anche che da anni ci lamentavamo di avere poco spazio per andare oltre il live da 50 teste. Dobbiamo confrontarci con realtà anche non usuali. Non scendere a compromessi, ma capire che tutto sta assumendo proporzioni differenti. Per me Spit è un programma hip-hop, perché chi lo fa è hip-hop.

Poi sei diventato uno dei macheteros. Il tuo collettivo dà l’idea di essere molto unito, di lavorare in simbiosi

È così. Viviamo praticamente insieme, lavoriamo insieme. Se io registro un brano, poi sento il parere di tutti. Il nostro lavoro è quello di un team.

Ti è capitato un episodio spiacevole. The Orthopedic, produttore della tua We Takin’ It Back, ha realizzato la strumentale del brano a partire da un “pacchetto di suoni”, cosa che ha sollevato parecchie polemiche. Legale ma dal punto di vista artistico non molto corretto 

Il pezzo in questione lo avevo scritto da molto tempo, per Bloody Vinyl di dj Slait. La seconda versione è stata realizzata come un remix. We Takin’ It Back (qui il video) piaceva, ma come è normale nei mixtape era stata realizzata partendo da un beat famoso, già edito. Volevamo che avesse una strumentale nostra, nuova. Ironia della sorte…

Io comunque ho la coscienza pulita. Abbiamo contattato chi di dovere, spiegato i fatti e attribuito a loro ciò che andava attribuito.

Dopo l’ingresso nella Machete, ti sei messo a lavorare al disco. 

Ho cercato di fare un lavoro omogeno, con un filo conduttore ma senza stonature. Sul disco non voluto collaborazioni, ci sono solo io. A livello di produzioni non ho dato peso alla nomea, ma a quello che un beat mi trasmetteva. Ci sono Dj Shocca (qui il video del singolo), Belzebass, Strage. Se sento mia una strumentale, ci scrivo sopra. Se poi ho la possibilità di dare visibilità a un artista di talento, perché no.

Il mood di Danger è molto scuro

Lo è tutta la mia musica. Mi rifaccio molto all’atmosfera dei b-movie, a quell’immaginario. Personalmente ho sempre amato Lovecraft, Poe e ho cercato anche nel cinema sensazioni simili, da Cronenberg a Lynch, piuttosto che Carpenter.

Lo stesso discorso vale per gli artisti del mio collettivo. Da Salmo a El Raton, a Enigma. Già prima di entrare nella Machete, sentendo le loro cose, avevo notato delle affinità. Quello che scriviamo ha molti punti di contatto. Questo ha reso naturale unire le forze.

Musicalmente, a differenza di cinema e letteratura, spazio molto. In casa mia trovi Rage Against The Machine, Queen of the Stone Age, ma anche tutte le sfumature del rap, da Lil Wayne a R.A. The Rugged Man. Trovo molto interessanti progetti come quelli di Tyler, The Creator, che in qualche modo assomiglia anche a quello di Machete.

Sempre più giovani arrivano in fretta a farsi conoscere, ma sempre più giovani provano a essere rapper. Più facile “arrivare” o più difficile?

Difficile dirlo. Io vengo da un contesto piccolo, un paese di 10mila anime tra Padova e Vicenza. Non ho mai fatto a gara con nessuno. Lavoravo a testa bassa, senza puntare troppo sulla competizione. Ero più interessato a fare il mio. E farlo bene. Certo se in Italia escono dischi fighi, non può che fare piacere. Dobbiamo pensare oltre il nostro orticello. Siamo forse l’ultimo paese d’Europa in cui si fatica a dare una dignità a questo genere. Negli ultimi anni mi sembra stiamo facendo dei passi avanti.

Domanda classica. C’è un pezzo di cui sei soddisfatto al 100%?

Non mi sentirai mai dire che sono contento di un mio brano. Sono paranoico, autocritico. Se stai cercando di fare arte, e io la vedo come una tensione alla perfezione, nel momento in cui sei pienamente soddisfatto hai finito di essere artista. Comunque tengo molto a Storie di un presunto artista, che in fondo racconta proprio questo, il rapporto di odio/amore con la musica.


Una prima versione di questo articolo riportava in maniera inesatta la vicenda legata a Nitro e The Orthopedic. La strumentale del brano non è stata “rubata”, come erroneamente scritto, ma costruita a partire da un pacchetto di suoni della società Fat Loud, utilizzabili sotto licenza ” Royalty-Free non-exclusive”.

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