In tutta questa vicenda di corvi e cornacchie che sono tornati a svolazzare in Vaticano, la cosa che più mi ha colpito è il carcere.

Un corvo attacca una colomba

Un corvo attacca una colomba


Non credo di essere l’unica: anche se le carceri vaticane non sono i piombi di San Marco, ma istituti di suore e stanze che supererebbero qualsiasi prova di Amnesty, resta il fatto che un monsignore e una pr in carriera sono stati arrestati.
Per quel che si capisce finora, si parla di aver carpito notizie e registrato conversazioni riservate del Papa in modo fraudolento. Forse anche ‘craccando’ un computer. Naturalmente, attendiamo conferme e verifiche e manteniamo una presunzione d’innocenza.
Due persone sono state arrestate con l’accusa di essere ‘corvi’, come hanno titolato tutti giornali.
La misura a prima vista può sembrare persino un po’ dura, a noi abituati a trattamenti più laschi, dove i faldoni che escono dalle Procure sono la quotidianità, non l’eccezione, e dietro le sbarre un funzionario passacarte non si è visto mai.
Può apparire una pena dura anche perché questo è l’Anno del Giubileo della Misericordia. E ci si può chiedere: che Misericordia è arrestare due persone perché passano notizie, sia pur riservate, delicate, segrete?

Poi mi è venuto da pensare come la punizione sia la prima, importante medicina della Misericordia. Chi sbaglia ha il diritto di essere fermato. Chi ferma e punisce colui che si trova nell’errore fa del bene a chi potrebbe continuare a sbagliare. O addirittura a precipitare in una voragine peggiore, fino ad arrivare chissà in quali gorghi oscuri. Arrestare vuol dire fermare chi sta facendo del male, anche a se stesso.

Non è per questo che da grandi ricordiamo sempre con più affetto quella maestra severissima ma tanto brava? E perdoniamo le punizioni di papà anche se ci ha fatto perdere la festa delle feste dell’anno?

Così c’è un po’ di cielo anche in carcere quando misericordia e punizione non sono avversarie, ma amiche e compagne di strada.

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