Scrivo all’indomani della Giornata della Memoria perché aiuta a dire quel che mi piacerebbe dire e cioè che fare memoria, ricordare l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, avvenuto il 27 gennaio del 1945, non significa riportare alla mente qualcosa che di solito abita lontano, chissà dove e chissà come. Fare memoria vuol dire mantenere sempre vivo il ricordo, come accade in un fuoco che brucia e non si consuma, in uno spartito che richiama continuamente le sue note. Colpisce che l’evento, pur nel buio nella Shoah, sia uno squarcio di cielo: anche quando il male sembra aver vinto, non è vero che ha vinto, non è sua l’ultima parola.

Uno spartito di Bach

Uno spartito di Bach


Pensavo a queste cose ieri, durante un bel concerto di musica ebraica organizzato alla Villa Tesoriera di Torino dall’Associazione Corti Armoniche, quando ho avuto la fortuna di incontrare un uomo che queste cose le diceva con gli occhi, nella vita.
Novantanove anni di voglia di vivere e ricordare. Parlava con allegria di Mendelssohn, colui che ha salvato dall’oblio Johann Sebastian Bach. E della moglie, che da quindici anni non è più con lui eppure è dentro di lui. Aveva voglia di fare memoria. E mi ha aiutato a capire, spero anche a raccontare, che cosa significhi mantenere vivo il fuoco, fare risuonare la nota. Fu Felix Mendelssohn nel 1829 a eseguire la Passione secondo Matteo che riportò alla luce il genio di Bach. Senza Mendelssohn, forse non avremmo più Bach. Senza il 27 gennaio, non avremmo memoria. Senza memoria, saremmo senza vita.