Ormai al festival  di Sanremo sono saltate le marcature. Le canzoni sono un pretesto, si può fare e dire di tutto, invitare amici, sodali, soci, affini e poi, arriva il bello. Per esempio uno canta, dico Povia, e il suo brano “Luca era gay” è argomento di discussione da settimane, di giorno e di notte. Trattasi di canzone ma Povia è Povia non è mica Mina che, parola di Patty Pravo è ectoplasma,  o Paoli che condede la pietas al pedofilo violentatore,  Povia no, dunque si adatti. Si adatti a vedere la seguente scena: Bonolis, una volta finita l’esecuzione del cantante, cede il microfono a uno spettatore che è poi l’onorevole Grillini, esponente dell’arcigay, il quale conclude il proprio intervento con uno schiaffetto a Povia che non conosce i problemi dei gay. Seguono fischi e applausi. Grillini ha fatto il suo mestiere, anche da propagandista annunciando la prossima manifestazione di protesta del suo movimento. Ma Bonolis ha creato un buon precedente: ogni testo discusso o discutibile avrà ora bisogno di un intervento dall’esterno, telefonata da casa, intervento del pubblico in sala per contestarlo, approvarlo, criticarlo. Il festival non è più di un ente pubblico come la Rai, ormai è di un presentatore, è di chi prende un milione e decide a proprio piacimento di offrire il microfono a chi gli garba, sempre per proteggere le cosidette minoranze. E poi in questo benedetto Paese è ormai diventato impossibile pensarla in maniera diversa altrimenti sei un razzista, un violento, un antidemocratico. Avere un’idea è pericoloso, avere un’ideologia è più comodo. Si fa carriera, si prendono denari. Anche più di trenta.

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