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	<title>Il Blog di Tony Damascelli</title>
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	<description>Vota Antonio</description>
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		<title>Viva Mourinho</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 13:13:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rispondo, con gravissimo ritardo e me ne scuso, a tutti coloro mi hanno scritto in questi mesi sull&#8217;argomento Mourinho e affini. In quarnt&#8217;anni di carriera mi sono occupato di tutto, davvero di tutto, dagli omicidi ai campionati di football, dalle tragedie aeree alle interviste con personaggi illustri, direi Gheddafi o lord Major o Pavarotti, ho commesso altrettanti errori e ho portato a casa anche qualche buona cosa. Ma mi è bastato toccare un personaggio come Josè Mourinho per vedermi scaricare addosso non soltanto critiche, che fanno parte del mestiere e sono necessarie per capire e migliorare, ma insulti, minacce, frasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rispondo, con gravissimo ritardo e me ne scuso, a tutti coloro mi hanno scritto in questi mesi sull&#8217;argomento Mourinho e affini. In quarnt&#8217;anni di carriera mi sono occupato di tutto, davvero di tutto, dagli omicidi ai campionati di football, dalle tragedie aeree alle interviste con personaggi illustri, direi Gheddafi o lord Major o Pavarotti, ho commesso altrettanti errori e ho portato a casa anche qualche buona cosa. Ma mi è bastato toccare un personaggio come Josè Mourinho per vedermi scaricare addosso non soltanto critiche, che fanno parte del mestiere e sono necessarie per capire e migliorare, ma insulti, minacce, frasi vili e volgari, tutte, tra l&#8217;altro segnalate alla polizia postale che se ne sta occupando. Allora mi chiedo: che significa, oggi, concecere il dialogo, comunicare se poi, in cambio, ricevi soltanto schiaffi e colpi alle spalle? Il mio silenzio sul blog, non su Il Giornale per il quale mi onoro di scrivere e lavorare, è dovuto anche a questo. Mi scuso con tutti, anche con i vigliacchi che si nascondono dietro lo pseudonimo, così come sotto un passamontagna.</p>
<p>Post scriptum: Mourinho ha vinto, anzi ha stravinto ma se ne è andato. Penso che la storia dell&#8217;Inter e del calcio continuino lo stesso. Anche la nostra. Viva Mourinho.</p>
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		<title>Quel simpaticone di Mou</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 10:06:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bisogna avere la faccia come Mourinho per censurare l’arbitro dopo la partita con il Bari. Bisogna avere la faccia come Mourinho per dire che “in Italia conta soltanto il risultato” e poi assistere alla sua sceneggiata con ballo di san Vito, dopo la vittoria sul Siena. Bisogna avere la faccia come Mourinho per annunciare che prossimamente vorrà parlare con Galliani, un minuto soltanto, per dirgli cose che non può riferire in televisione. Ma chi è? Ma chi si crede di essere? Ma è questo il professionista speciale, diverso da tutti gli altri? E’ lui lo stesso che attaccò Poll, l’arbitro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2" face="Arial"></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Bisogna avere la faccia come Mourinho per censurare l’arbitro dopo la partita con il Bari. Bisogna avere la faccia come Mourinho per dire che “in Italia conta soltanto il risultato” e poi assistere alla sua sceneggiata con ballo di san Vito, dopo la vittoria sul Siena. Bisogna avere la faccia come Mourinho per annunciare che prossimamente vorrà parlare con Galliani, un minuto soltanto, per dirgli cose che non può riferire in televisione. </font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Ma chi è? Ma chi si crede di essere? Ma è questo il professionista speciale, diverso da tutti gli altri? E’ lui lo stesso che attaccò Poll, l’arbitro di Tottenham-Chelsea, dicendo che, testuale come nel “caso” Rosetti, “soltanto lui può spiegare perché non ha espulso…soltanto lui, se lo incontro gli chiederò di spiegarmelo…”? E’ Mourinho quello che definì Lionel Messi un “calciatore teatrale” portato a cascare spesso e volentieri, dopo la sfida di coppa tra Chelsea e Barcellona? E’ lui quello che accusò lo svedese Frisk, arbitro sempre di Barcellona Chelsea, di aver condizionato il risultato della partita (sempre come Rosetti e altri arbitri italiani), dopo aver ricevuto la visita di Rjkaard nello spogliatoio? E’ lui quello che venne intercettato, guarda un po’ le combinazioni, e punito per aver incontrato, insieme con il dirigente del Chelsea Peter Kenyon, il difensore dell’Arsenal Ashley Cole, all’hotel Royal Park di Lancaster Gate, per convincerlo a passare ai Blues e per questo fu condannato a una pena pecuniaria poi ridotta in appello? E’ lui quello che attaccò Ferguson, dopo la semifinale di andata di Carling cup, tra Manchester United e Chelsea, dicendo che aveva influenzato l’arbitro, nell’intervallo? E’ lui quello che disse di avere preparato un dossier su Arsene Wenger, allenatore dell’Arsenal, definito un “voyeur”? E’ lui quello che disse di Andrew Johnson dell’Everton “è un perfetto cascatore”? E’ lui quello che a un giornalista che gli mostrava, in Inghilterra, il titolo di un quotidiano “Mou come la Ferrari”, replicò:”Quanto mi paga la Ferrari per questa pubblicità?”. E’ lui quello che a un altro giornalista che lo paragonava ai grandi esploratori portoghesi come Vasco da Gama o Magellano, rispose:”No, loro non sapevano dove andavano, io lo so benissimo”. Mi limito alle piccole cose accadute in Inghilterra, suo Paese di elezione, trascuro le beghe da cortile nostrano. Nessuno discute il personaggio e la personalità, nessuno può mettere in dubbio, se non per malafede o faziosità, le qualità del professionista, il suo impegno negli allenamenti (il lavoro è un’altra cosa, please), la sua competenza e, infine, la proprietà di linguaggio e di affabulazione, confortata dal fascino ricercato della sua immagine, quella che gli inglesi definiscono “five o’ clock shadow”, la barba incolta prima della partita,da reduce attraente. Ma proprio qui sta una delle sue chiavi vincenti: giocare sulla psiche, dei propri giocatori, dello staff, degli avversari, degli arbitri, della stampa, fino al momento in cui il re non resta nudo, qualcuno non si accorge che anche lo special one ha qualche “segreto”, qualche nervo scoperto e lui teme di venire sconfitto , messo all’angolo, ridotto a essere normale e allora parte all’attacco, nasconde la magagna, l’errore, l’omissione, dirotta la discussione su altro, su altri, oppure ricorre alla provocazione, verbale, in alcuni casi sembra anche fisica. </font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Josè Mourinho pensa ancora di essere sbarcato in Italia per insegnare la cultura del calcio dimenticando di essere lui stesso al centro di questa cultura, dimenticando che questo Paese, così becero e aggressivo in molti comportamenti, ha vinto quattro titoli mondiali e si può prendere il lusso di assumere un professionista come il portoghese. L’Inter, comunque, è la più forte, per peso tecnico e per potere finanziario, il suo dominio in campionato è indiscutibile, lo sarebbe, e lo è stato, anche con un altro allenatore.</font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Il resto, il pareggio con il Bari, all’andata e al ritorno, e il prossimo appuntamento con Galliani (ma lui dovrebbe dialogare con Leonardo oppure ritiene di essere così speciale da poter sostituire, politicamente, l’amministratore delegato Paolillo o il presidente Moratti?), fanno parte del teatrino al quale siamo costretti. Si prevedono altre recite. </font></p>
<p></font></p>
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		<title>Gli assenti in bianconero</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 10:05:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come si dice Progetto in francese? A la dérive. Come si traduce à la derive in italiano? Dimissioni. Si potrebbe giocare così, con la parole, occupandoci della Juventus attuale e contemporanea. Capita, ogni tanto nella storia del calcio. Capita alla squadra di Jean Claude Blanc e scrivo apposta il nome e il cognome del presidente-amministratore delegato.-direttore generale del club. Martedì scorso, alla vigilia della partita di coppa Italia contro il Napoli, si era tenuto a Vinovo il famoso vertice tra dirigenti e squadra. Blanc aveva pensato di affrontare così la questione, chiudendosi all’interno dello spogliatoio con i soli calciatori e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2" face="Arial"></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Come si dice Progetto in francese? A la dérive. Come si traduce à la derive in italiano? Dimissioni. Si potrebbe giocare così, con la parole, occupandoci della Juventus attuale e contemporanea. Capita, ogni tanto nella storia del calcio. Capita alla squadra di Jean Claude Blanc e scrivo apposta il nome e il cognome del presidente-amministratore delegato.-direttore generale del club. Martedì scorso, alla vigilia della partita di coppa Italia contro il Napoli, si era tenuto a Vinovo il famoso vertice tra dirigenti e squadra. Blanc aveva pensato di affrontare così la questione, chiudendosi all’interno dello spogliatoio con i soli calciatori e lasciando fuori dello stanzone i propri collaboratori e lo stesso allenatore:”Ditemi: siete con o contro Ferrara? Vi lascio un po’ di tempo per riflettere e rispondermi. A dopo”. Dopo, i calciatori hanno risposto, Cannavaro a nome degli altri ma seguito da quasi tutti, con il silenzio di Del Piero:”Non si tratta di essere contro o a favore ma vorremmo avere un gioco”. </font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">E’ una commedia all’italiana, con personaggi e interpreti di vario tipo, origine e destinazione. Chi dovrebbe assumersi responsabilità e prendere decisioni, le scarica sugli altri. Il Chievo non era mai riuscito a battere la Juventus sul proprio terreno, infine ce l’ha fatta, senza aver dovuto esprimere una prestazione storica, irripetibile. La Juventus non ha mai tirato in porta, i suoi cosiddetti artisti, Diego e Del Piero, dati per risorti contro le riserve del Napoli,dai romantici sognatori, ieri non hanno mai tirato in porta e al loro fianco, si fa per dire, ha giocato, al debutto, Paolucci appena preso dal Siena, nel quale non riusciva a trovare spazio. Blanc aveva detto tempo fa che la Juventus non ha problemi di bilancio e che non avrebbe operato al mercato di gennaio. Mentre l’Inter ha preso Pandev (due gol in due partite), alla Roma è arrivato Toni (2 gol ieri),il Milan ha ricreduto in Beckham, il Napoli ha fatto rientrare Dossena da Liverpool, a Torino hanno perso Lanzafame per la comproprietà di Mirante(!!!!) e si sono buttati (!!!) su Paolucci perché, come ha spiegato ieri Alessio Secco, il bilancio non permette altro. Qualcuno, dunque, non dice la verità oppure le idee sono poche e molto, troppo confuse. Ciro Ferrara è alla settima sconfitta, ha ottenuto 24 punti in 17 partite; Claudio Ranieri, che era stato esonerato per fargli posto, ha accumulato 35 punti nello stesso periodo e sabato si presenterà a Torino con una squadra rinvigorita e soprattutto “normale”, con il recupero di Totti e l’innesto di Toni. Il numero clamoroso di infortuni, quarantadue dopo il ko di Grygera ieri pomeriggio, più ferite varie a Zebina e Cannavaro, è un alibi parziale perché, se gli assenti hanno ragione (Iaquinta su tutti, lo juventino più importante, tatticamente)), i presenti sono la grande delusione della squadra: la gestione dell’intervento chirurgico di Buffon, le patetiche condizioni atletiche di Del Piero, l’abulia preoccupante di Diego, il bluff previsto di Felipe Melo, il tramonto di Grosso che vive di rendita dal calcio di rigore “mondiale”, l’imbarbarimento tattico di Marchisio,sono la fotografia di una squadra che ha perso sostanza e forma. Le responsabilità vanno distribuite, dunque, e dal tunnel non si esce non certo con il confronto nello spogliatoio o con il nervosismo zitellesco tipico di Bettega che non guarda i numeri ma, dice lui, si fida soltanto dei suoi occhi. Per fortuna: basta vederla questa Juventus per capire che sono stati commessi degli errori e che il suo futuro è nel passato. Bettega, per stizza e mancanza di argomenti profondi, porta come esempio di resurrezione il Milan, dimenticando un paio di particolari tecnici e strutturali decisivi: i rossoneri sono ancora in corsa in champions, gli artisti fanno la differenza e la società è immutata dalla fondazione dell’impero, gestita sempre dagli stessi dirigenti di grandissima esperienza. Forse anche in tal senso suggerirei a Bettega, e ai suoi sodali, che la Juventus avrebbe bisogno di recuperare gli assenti non soltanto in campo. E non sono Giraudo e Moggi. </font></p>
<p></font></p>
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		<title>Juventus, tutto previsto e prevedibile</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 09:38:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lentamente, inesorabilmente affiora la verità sulla Juventus. Nessun progetto, come la propaganda di Blanc vorrebbe far credere, ma la semplice e aspra realtà di un gruppo che ha pensato di vivere di rendita, altrui, e di sfruttarne gli interessi. La squadra ha perso coraggio, sostituendolo con l’insicurezza e la paura. La società ribadisce di non essere adatta a gestire le difficoltà se poi queste diventano critiche allora la situazione è ai limiti. I tifosi, quelli di Torino, sono tra i peggiori in circolazione, la Juventus conta il maggior numero di sostenitori in tutt’Italia, si dice oltre dieci milioni, ma nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2" face="Arial"></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Lentamente, inesorabilmente affiora la verità sulla Juventus. Nessun progetto, come la propaganda di Blanc vorrebbe far credere, ma la semplice e aspra realtà di un gruppo che ha pensato di vivere di rendita, altrui, e di sfruttarne gli interessi. La squadra ha perso coraggio, sostituendolo con l’insicurezza e la paura. La società ribadisce di non essere adatta a gestire le difficoltà se poi queste diventano critiche allora la situazione è ai limiti. I tifosi, quelli di Torino, sono tra i peggiori in circolazione, la Juventus conta il maggior numero di sostenitori in tutt’Italia, si dice oltre dieci milioni, ma nella città di origine il pubblico è scarso o presenta la sua faccia becera, violenta, ingrata. Le immagini televisive di domenica sera, quelle che arrivavano dalla tribuna d’onore, sono la testimonianza buffa di come la Juventus sia circondata da personaggi reduci e sopravvissuti all’impero, dalla Evelina Christillin a Lapo Elkann, sorridenti,presenzialisti, folkloristici ma inutili quando è o sarebbe l’ora di mettere gli attributi sul tavolo delle decisioni. Prima del fischio d’inizio della partita si sono visti altre figure allegre, Buffon che abbraccia a sorride a tutti ma che non gioca per una promessa fatta a Manninger! Iaquinta, il cui infortunio confermerebbe la malasanità italiana, pure lui in tenero affetto con il corregionale Gattuso e gli altri sodali azzurri, insomma l’atmosfera giusta per un’amichevole, non la presunta sfida anti Inter. A fine partita Ciro Ferrara ha offerto la sua faccia lunga, come la barba, mentre né Blanc, nè il suo vice Bettega, né l’altro componente la nuova triade, Secco, abbiano avuto l’idea e l’ardire di prendere posizione e illustrarla con le parole, anche di rito, tipo “il progetto va avanti” o ancora “dobbiamo lavorare tutti di più”. Sul ritorno di Bettega ho già detto che rappresenta l’ammissione di un fallimento da parte della società e l’opportunista accettazione, da parte del dirigente, di mettersi al servizio di chi nei mesi scorsi aveva denunciato la vecchia dirigenza di reati amministrativi. </font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Il quadro sembra confuso ma è chiarissimo. Le campagne acquisti dell’era post calciopoli hanno portato a Torino due certezze, Sissoko e Iaquinta, pagati complessivamente 23 milioni di euro; poi una speranza carissima, Amauri costato 22 milioni e ottocentomila euro; sono stati, infine, spesi 100 milioni di euro per i magnifici 7: Boumsong, Almiron, Andrade, Tiago, Poulsen, Diego, Melo. I primi tre o si sono ritirati o lavorano altrove, il quarto è stato appena ceduto in prestito all’Atletico di Madrid, il quinto è un’onesta riserva ora fermo per un mese, gli ultimi due sono da inchiesta (tralascio i casi di Knezevic, Grygera, Salihamidzic, Stendardo, Manninger, Grosso, Cannavaro e resto in curiosa attesa di sapere che cosa decideranno per Caceres). Totale: la squadra ha recuperato la serie A ed è rimasta in piedi con Buffon, Chiellini, Del Piero, Camoranesi, Nedved, Trezeguet, tutta roba del vecchie regime oltre ai giovani, De Ceglie, Ariaudo, Giovinco, Marchisio, Paro prodotti dello stesso governo. Un paio di sondaggi tra i tifosi, lanciati da La Stampa e da Tuttosport, hanno ricevuto risposte secche: l’80 per cento dei votanti chiede l’esonero di Ferrara. Il quale ribadisce che non lascia la nave che affonda. Qualcuno dovrebbe domandare, tuttavia, chi sia il responsabile dell’affondamento e che, eventualmente,<span>  </span>l’armatore a decidere il futuro del comandante. Ma l’armatore non sa navigare per questo mare. Allontanato Tardelli, tenuto da parte Boniperti, il solo a segnare veramente la storia del club, richiamato Bettega, si parla adesso di Zoff; restano a disposizione Longobucco e Zaniboni, eventualmente Bercellino e Caocci. Gioco con le figurine, mentre i tifosi più radicali chiedono, con una provocazione, che i calciatori non indossino più la maglietta bianconera ma si limitino alle divise in oro o in grigio metallizzato, di tendenza sponsor. La Juventus che cerca il futuro continua a guardare un passato (quello più comodo) che non c’è più, con la scomparsa dei fratelli Agnelli. Gli eredi conoscono gli affari del marketing e dell’impresa, il calcio non è soltanto questo. Bisognava pensarci nell’estate del duemila e sei, oggi è tardi, a meno che gli eredi di cui sopra non trovino il coraggio di fare quello che nel millenovecentonovantuno fece il loro nonno. La Juventus di Montezemolo, scivolata al settimo posto in classifica, <span> </span>non era riuscita a qualificarsi nemmeno per le coppe europee. L’Avvocato azzerò in un giorno soltanto il consiglio di amministrazione, mandando a casa tutti e riaffidando la squadra e la società a Trapattoni e Boniperti. Tre anni dopo, il fratello Umberto, visti i risultati insoddisfacenti (due secondi posti, un quarto posto e una coppa Uefa!)avrebbe fatto lo stesso. Ma si trattava degli Agnelli.</font></p>
<p></font></p>
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		<title>L&#8217;ultima furbata al telefono</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 10:40:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo voi che cosa potrebbe essere mai un PALLAUDIO? Elementare, lo dice la parolaccia stessa: un palla di audio, nel senso che ti frega, ti inganna, ti fa credere una cosa mentre è un’altra. Trattasi di una delle mille e più di mille applicazioni, giochino, divertimenti in circuito sui telefoni cellulari, in particolare nel famoso I Phone. Sembra che l’idea che ha partorito la faccenda appartenga a quattro tipi, Sergio, Pietro, Marco e Francesco. Di che cosa sto scrivendo? Di un arcano che permette di aggiungere alla telefonate un sottofondo speciale, così da far credere all’iterlocutore chiamato e ignaro, anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="Newsroom"><font face="Courier New">Secondo voi che cosa potrebbe essere mai un PALLAUDIO? Elementare, lo dice la parolaccia stessa: un palla di audio, nel senso che ti frega, ti inganna, ti fa credere una cosa mentre è un’altra. Trattasi di una delle mille e più di mille applicazioni, giochino, divertimenti in circuito sui telefoni cellulari, in particolare nel famoso I Phone. Sembra che l’idea che ha partorito la faccenda appartenga a quattro tipi, Sergio, Pietro, Marco e Francesco. Di che cosa sto scrivendo? Di un arcano che permette di aggiungere alla telefonate un sottofondo speciale, così da far credere all’iterlocutore chiamato e ignaro, anche grullo, che tu, il chiamante, ti stia trovando nel bel mezzo di uno tsunami, oppure sugli spalti di uno stadio assistendo a una partita di football, o ancora in coda a Fiumicino o a Malpensa. In tutto sono ventidue<span>  </span>le sit-com, si parte appunto dall’aeroporto con le voci annesse, si procede tra autobus, bosco al mattino con uccelli canterini, il pub con brusio da repertorio, il martello pneumatico di un cantiere edile, il rumore metallico dello slot machine di un casinò, quindi piatti, bicchieri, stoviglie di una cena al calduccio di casa, lo sferragliare di carrelli al supermercato, l’eco di una chiesa, gli strilli, gli applausi e i fischi di un concerto rock, una serie di mitragliate di guerra, dicono i creativi ch sia guerra civile, il frastuono di macchine industriali, il mugghio del mare,il tifo dello stadio, la pioggia evitata riparandosi sotto una pensilina, starnuti, passaggio di barelle e di malati a un pronto soccorso, la confusione ordinata di un ristorante, l’altoparlante alla stazione ferroviaria, il traffico cittadino, tuoni, lampi e temporale, lo scompartimento di un treno in viaggio, una tromba d’aria fischiante. Insomma l’arco costituzionale degli alibi e delle menzogne è completamente coperto, da destra a sinistra, all’unanimità, senza franchi tiratori. Basta saper scegliere il rumore di ambiente e il destinatario della fregatura telefonica. Potrebbe trattarsi della moglie, un classico dei mariti traditore, oppure della stessa amante da tenere a bada ma, per restare tra vicende meno drammatiche, la soluzione per rispedire al mittente lo socciatore, il prolisso, quello che quando attacca non riattacca. Di solito la frase di circostanza, in assenza di Palladio, è la seguente: “sono in riunione, ti richiamo tra due minuti. I minuti passano, la riunione è già sciolta da tempo, lo sciacquone è stato tirato, si potrebbe richiamare l’amico ma ormai il gioco è fatto. Ora i quattro cavalieri della ginocchiata telefonica vengono in soccorso, hanno confezionato la carta che batte il banco, non c’è Tom Ponzi che tenga a meno che, come sembra, non siano in circolazione gli antifurto, gli allarmi, dei dispositivi che permettono al fregato di accorgersi da chi e da dove è partito l’inganno.</font></p>
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		<title>Tutto il calcio</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 09:36:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ventilazione era modesta, a volte inapprezzabile. Il terreno di gioco al limite della praticabilità, a volte agibile. Il laterale a sostegno, il difensore di fascia, l’ala tornante, gli interni e il libero, le retrovie e il numero undici, l’impianto milanese e gli spalti esauriti, i felsinei e i blucerchiati, gentili ascoltatori, ecco i campi collegati, Ascoli non risponde,ci scusiamo, no Luzi non ancora, vediamo i risultati dei primi tempi. Ho aperto il cassetto, cinquant’anni dopo, come ritrovare giocattoli smarriti ma non perduti, pagine di diario, disegni, matite spuntate, la gomma pane. Tutto il calcio minuto per minuto che altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2" face="Arial"></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">La ventilazione era modesta, a volte inapprezzabile. Il terreno di gioco al limite della praticabilità, a volte agibile. Il laterale a sostegno, il difensore di fascia, l’ala tornante, gli interni e il libero, le retrovie e il numero undici, l’impianto milanese e gli spalti esauriti, i felsinei e i blucerchiati, gentili ascoltatori, ecco i campi collegati, Ascoli non risponde,ci scusiamo, no Luzi non ancora, vediamo i risultati dei primi tempi. Ho aperto il cassetto, cinquant’anni dopo, come ritrovare giocattoli smarriti ma non perduti, pagine di diario, disegni, matite spuntate, la gomma pane. Tutto il calcio minuto per minuto che altro era e che altro è, ancora? Una fetta di questa storia del pallone, la radiolina a transistor, tascabile, con l’antenna telescopica, la vera, unica amante, ogni tanto traditrice pure issa, con le batterie scariche o l’onda media che se ne andava, non sapevo dove. Il tabellone verde e giallo del Totocalcio, appeso nel bar, i risultati modificati a mano, tramite rotella apposta nel retro, del tabellone non del locale uso bar, la voce di Sandro Ciotti detto catarro armato oppure gorgoglio e pregiudizio, Enrico Ameri diceva, un decimo di secondo prima che la palla superasse la linea bianca di porta, “RETE” mai “gol”. Era, il suo come quello di Ciotti, di Foglianese, Boscione, Luzi, Carbone, Provenzali, era, dunque, un annuncio non uno strillo invasato, era il dato di informazione e non la dichiarazione di guerra. Il popolo oceanico dei tifosi trovò un nuovo compagno di viaggio. Era costretto ad aspettare il mercoledì, in edicola lo Sport Illustrato regalava immagini, fotografie e schizzi a conforto di quello che avevamo immaginato, sognato, tre giorni prima. Le voci della domenica pomeriggio andarono a riempire il sogno. Fu Georges Briquet, un francese, il primo a inventarsi una trasmissione radiofonica “Sport et Musique”, un po’ di Montand e un po’ di “rugby’”, una melodia di Trenet e “le but” del Paris St Germain. Guglielmo Moretti rapì l’idea e la portò in Italia, soltanto calcio, il secondo tempo delle partite, non tutte, dieci gennaio 1960, Nicolò Carosio da San Siro per Milan-Juventus, Enrico Ameri dal Comunale di Bologna per Bologna- Napoli, Andrea Boscione dal Giuseppe Moccagatta di Alessandria per Alessandria-Padova, tre firme coordinate da Roberto Bortoluzzi, nello studiolo Rai di corso Sempione a Milano. L’Italia del boom si era confezionata un altro regalo storico, le madri, le mogli, le fidanzate e, mettiamoci pure le amanti, incominciarono a fare i conti con la rivale, la radiolina, incollata all’orecchio, ovunque noi fossimo, al cinematografo, al pranzo di nozze, nelle passeggiate al parco. Un sussulto, un fremito, non era soltanto amore, era il gol. La tromba di Herb Alpert e The Tijuana Brass, batteria e fiati, introduceva lo spettacolo, A taste of honey, “Sapore di miele” il titolo perfetto alla bisogna, attimi di dolcezza prima di eventuali tormenti. Fino alle tre e un quarto poteva essere accaduto di tutto, chissà, forse, speriamo, preghiamo. Poi, eccoli, erano loro, Bortoluzzi smazzava.”cco i campi collegati…Sentiamo i primi tempi…Ameri? “Al Bentegodi, Verona tre Napoli zero”, a te Ciotti:” Grazie Ameri, al Mompiano di Brescia, <span> </span>Brescia uno Atalanta zero a te Foglianese”: “Qui al Partenio di Avellino, Avellino zero Inter zero”. Era accaduto quello che era accaduto, ma restavano altri quarantacinque minuti, con la schedina del totocalcio tra le mani, uno, ics due, a calciare l’aria, un pallone immaginario, disegnando lo stacco, la torsione e il colpo di testa, la rovesciata, il dribbling, l’urlo della folla anticipava la voce arrochita di Ciotti, chi ha segnato, loro, noi? L’intervento di Ezio Luzi preannunciava una specie di entrata in guerra:”Tutto qui? Pensavo peggio”, così lo strozzò,un pomeriggio, Ferretti dallo studio. Erano i nostri pupi, gli anni delle figurine e del calciobalilla eppure del giornalismo giusto, docenti con le palle, Brera e Zanetti, Morino e Panza, Palumbo e De Cesari, Tosatti, Arpino, Soldati, Carosio, Ameri, Ciotti, Martellini, De Zan, Carapezzi che di nome faceva Adone pensate un po’, Zavoli prima che arrivassero le truppe cammellate della televisione, mezzi busti e cosce intere, brillantine e ceroni, tacchi a spillo, tubini, tutto quello che non sa più di olio canforato e di segatura. Cinquant’anni in ascolto, radio-amatori, in camporella o nel tinello di casa, dovunque e comunque, a differenza del televisore, non necessari fili elettrici, antenne per illuminare lo schermo. Bastava e basta un apparecchio in plastica, dal colore improbabile, verde pisello, giallo limone, profondo rosso, da mettere in tasca, da posare, come un prezioso portaritratti in argento, sul tavolo della cucina o sulla scrivania, con auricolare incorporato per celarsi nel canneto degli astanti, senza farsi notare se non per quel filo bianco che fuoriesce dalla giacca e si infila nel famoso condotto uditivo. Tre quarti d’ora divenuti poi quasi due ore, un rapporto completo, totale, tutta la partita minuto per minuto,prima, durante, dopo, anche gli spogliatoi, i commenti, le interviste, un po’ ubriachi per colpa dello sponsor: ” Se la squadra de vostro cuore ha vinto brindate con Stock 84, se ha perso consolatevi con Stock 84”, non era previsto il pareggio ma la bottiglia e il bicchiere da cognac sì, anche se trattavasi di brandy, dunque si libava a prescindere, le schedine non giocate del totocalcio finivano dal barbiere, utili per raccogliere la rasatura, in cambio portavamo a casa il calendarietto profumato con biondone poppute e procaci e, a fondo pagina, il programma della serie A. </font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Ora abbiamo tutto il cucuzzaro, il decoder, la smart card, la pay tv, la pay per view, la spider cam, la moviola e il moviolone, l’intervista flash, il bordocampista, il quarto uomo, il tabellone luminoso, il labiale da decifrare, di più, ancora, tutto, davvero tutto. </font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3"><font face="Courier New">Eppure mi manca qualcosa: una voce, scusa Ameri, una piccola antenna, RETE, il suono della tromba, i colpi sulla batteria, il sapore di miele. Provo a cercare. Inutilmente. Devo richiudere il cassetto. <span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span></font></font></p>
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		<title>Lippi for president</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 09:34:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tony Damascelli Non so a chi sia venuta l’idea. Prima o poi si conosceranno il nome e il cognome del creativo di Torino. Marcello Lippi presidente della Juventus sembra fantacalcio ma, stando alle fonti di informazione, dovrebbe trattarsi di roba seria e verosimile. Non so quali siano le credenziali da dirigente che il tecnico campione del mondo possa esibire per gestire un club e non uno spogliatoio, per trattare, dialogando politicamente e non aspramente, facendo politica, disegnando strategie, e non tattiche, con i colleghi presidenti. Può darsi che abbia accumulato tali doti e tali virtù in questi ultimi anni, anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2" face="Arial"></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Tony Damascelli</font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Non so a chi sia venuta l’idea. Prima o poi si conosceranno il nome e il cognome del creativo di Torino. Marcello Lippi presidente della Juventus sembra fantacalcio ma, stando alle fonti di informazione, dovrebbe trattarsi di roba seria e verosimile. Non so quali siano le credenziali da dirigente che il tecnico campione del mondo possa esibire per gestire un club e non uno spogliatoio, per trattare, dialogando politicamente e non aspramente, facendo politica, disegnando strategie, e non tattiche, con i colleghi presidenti. Può darsi che abbia accumulato tali doti e tali virtù in questi ultimi anni, anche se certe sue reazioni e comportamenti, con la stampa e con i tifosi, senza tralasciare i rapporti con alcuni dirigenti federali, non sembrano confermare la tendenza alla diplomazia e al fair play. Giampiero Boniperti diventò presidente dopo un veloce cursus honorum e avendo come “mezze ali” Gianni e Umberto Agnelli. La sua furia dialettica, a volte screanzata, era aderente a un periodo in cui la Juventus faceva da padrona su tutto e con tutti, comunque Boniperti ha fatto la storia bianconera, da calciatore prima (“insieme con Parola è stato il più grande, non dico Platini che già gode di successo…” disse l’Avvocato a domanda specifica di Giovanni Minoli) e da massimo dirigente dopo, con grandi intuizioni di mercato a parte l’autogol su Maradona “glielo suggerii nel 1979, mi rispose che se fosse stato davvero grande lui l’avrebbe già saputo”, disse Agnelli deridendo la competenza bonipertiana. Gli venne tolto l’incarico, improvvisamente e con modo feroce, per affidare il ruolo esecutivo a Luca Cordero di Montezemolo (con Vittorio Chiusano presidente). Lo stesso Montezemolo venne sollevato dal mandato, dopo un anno fallimentare e fokloristico, con questo commento di Agnelli “vedremo che cosa vorrà fare da grande”. <span> </span>La nuova Juventus dei “senza Agnelli” si è messa nelle mani di un manager francese<span>  </span>con scarsissima conoscenza di cose calcistiche, Blanc. Costui ha eliminato, strada facendo, alcune personalità che con lo sport avevano e hanno a che fare, da Cobolli Gigli, a Tardelli, a Montali; adesso, con il mare in tempesta, ha recuperato Bettega, ha accettato che riapparisse Andrea Agnelli e spera di delegare a Lippi la carica presidenziale, occupandosi esclusivamente di ciò che meglio conosce: dicesi “progetto”.</font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Fabio Capello, con la Juventus, da calciatore e da allenatore, <span> </span>ha segnato un’epoca importante, sarebbe stata la scelta ideale, tenuto conto del carattere e della perizia, per ricompattare un ambiente lacerato da calciopoli e dalla lotta intestina. Ma lo stesso Capello si era chiamato fuori proprio allo scoppio dello scandalo, perdendo l’occasione di dare una svolta alla propria carriera. Marcello Lippi ha fatto la cronaca più che la storia della Juventus, nulla negando ai suoi meriti di allenatore nel periodo della nascita del grande ciclo; conosce l’ambiente, sa di football come pochi, ma non ha le caratteristiche di un dirigente, di un uomo di equilibrio politico, capace di affrontare le difficoltà con la freddezza e il cinismo necessari e soprattutto non potrebbe disporre degli stessi paracadute che furono per lui importanti nei momenti difficili a Torino. Ma l’ambizione del viareggino non conosce limiti, così come l’improvvisazione (o l’astuzia calcolata) dell’attuale dirigenza juventina. Può accadere di tutto, senza che accada nulla. </font></p>
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		<title>Punto G, crollo di un mito</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 09:32:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Male, malissimo. Peggio di così il duemila e dieci non poteva incominciare. Notizie amare giungono dall’isola di Sua Maestà la Regina.  Il punto G non esiste, fine di un mito. Gli studiosi del King’s college di Londra svegliano il maschio dal lungo sogno, i test effettuati su un campione di mille e ottocento donne confermano che ci siamo illusi per tutta una vita, un secolo o qualcosa che si avvicina a tale tempo. Negli anni Cinquanta, infatti, era entrata in circolazione la notizia che, così come i maschi, anche le femmine avevano nel corpo un loro luogo erogeno. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2" face="Arial"></p>
<p class="Newsroom">&nbsp;</p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Male, malissimo. Peggio di così il duemila e dieci non poteva incominciare. Notizie amare giungono dall’isola di Sua Maestà la Regina. <span> </span>Il punto G non esiste, fine di un mito. Gli studiosi del King’s college di Londra svegliano il maschio dal lungo sogno, i test effettuati su un campione di mille e ottocento donne confermano che ci siamo illusi per tutta una vita, un secolo o qualcosa che si avvicina a tale tempo. Negli anni Cinquanta, infatti, era entrata in circolazione la notizia che, così come i maschi, anche le femmine avevano nel corpo un loro luogo erogeno. La scoperta, diciamo così, era da attribuire al professor Ernst Grafenberg, ginecologo; per rendere breve il concetto e non prestarsi a squallidi giochi di parole e di pensiero, si decise di utilizzare l’iniziale del suo cognome, G per l’appunto, il gioco era fatto. Restava, comunque il mistero: come si poteva individuare la lettera dell’alfabeto di cui sopra? Dove? Era comune e localizzabile in tutte le donne? Le stesse donne avevano maggiore praticità nell’esplorazione e nel ritrovamento del G medesimo? Intere generazioni sono cresciute nel dubbio amletico: to G or not to G? Medici, scienziati, psicologi, sessuologi si sono impegnati nello sviluppo della tesi di herr Grafenberg, numerose pubblicazioni hanno dedicato pagine, fotografie, inserti illustrati per spiegare al colto e all’inclita di che cosa si trattasse. Ultimamente erano apparse anche alcune immagini computerizzate, radiografie che cercavano di ribadire l’esistenza del luogo paradisiaco. Ma adesso il divertimento è finito. Tim Spector, un professore con l’onomastica da 007, afferma che “è praticamente impossibile trovare tratti dell’esistenza del cosiddetto punto G e che la stessa idea è soggettiva”. La psicologa Andrea Burri, coordinatrice della stessa equipe,<span>  </span>spegne la luce sull’argomento, inutile illudere, inutile continuare a spacciare, per vere o verosimili, teorie che non hanno una base scientifica. </font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Per i maschi di tutto il mondo è come sentire scivolare una palla di neve ghiacciata lungo la schiena nuda. Per giorni, settimane, mesi, anni avevano ricercato, sudando, agitati, con respiro affannoso, la pietra verde, noi Indiana Jones del sesso facile ci ritroviamo di nuovo alla partenza, come nel gioco dell’oca. Non c’eravamo riusciti nemmeno con il navigatore satellitare, anche i tentativi random, casuali come certi incontri, erano andati buca. </font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Loro, le donne, abituate a sopportare tutto, dal travaglio alle partite in tv, pure loro, le donne dunque, avevano creduto al tedesco Grafenberg che, tra mille studi, aveva “creato” il contraccettivo uterino detto “spirale”. Nemmeno un anno fa, sulla rivista New Scientist, il professore Emmanuele Jannini, docente di sessuologia medica all’università de L’Aquila, aveva pubblicato uno studio secondo il quale era stato localizzato il punto del piacere massimo femminile. Deve essere mancata la comunicazione tra l’Abruzzo e la City, infatti il King’s College manda in frantumi lo studio di Jannini e insieme i sogni e le speranze di milioni di coppie. I test del collegio londinese sono stati effettuati su donne la cui età è compresa tra i 23 e gli 83 anni, una forbice molto ampia, anzi la più aperta possibile, e, nello specifico, su gemelle<span>  </span>sia omozigote che eterozigote. Totale:come dicono gli inglesi, no news, bad news, nessuna notizia, cattive notizie. I maschi,egoisti e egocentrici, in fondo se ne infischiano, l’orgasmo altrui è una ipotesi (!) o evenienza non indispensabile, a richiesta trova spesso risposte affermative, con frasi di circostanza ma in assenza di prove testimoniali, certe, documentate. </font></p>
<p class="Newsroom"><font size="3" face="Courier New">Ernst Grafenberg ormai è defunto, ha vissuto di rendita, non sa che per sessant’anni abbiamo giocato con la fantasia, cantando e ballando con un punto fisso nella testa. Ieri la musica è finita, i sogni se ne vanno ma non è inutile sperare, tentare non nuoce. Chissà, un giorno potrebbe anche accadere. </font></p>
<p><font size="3"><font face="Courier New">Lo chiameremo il G-day, sarà lo sbarco nell’isola del piacere. Auguri a tutti.</font></font></font></p>
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		<title>Lippi for president</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 08:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Non so a chi sia venuta l’idea. Prima o poi si conosceranno il nome e il cognome del creativo di Torino. Marcello Lippi presidente della Juventus sembra fantacalcio ma, stando alle fonti di informazione, dovrebbe trattarsi di roba seria e verosimile. Non so quali siano le credenziali da dirigente che il tecnico campione del mondo possa esibire per gestire un club e non uno spogliatoio, per trattare, dialogando politicamente e non aspramente, facendo politica, disegnando strategie, e non tattiche, con i colleghi presidenti. Può darsi che abbia accumulato tali doti e tali virtù in questi ultimi anni, anche se [...]]]></description>
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<p class="Newsroom"><font face="Courier New">Non so a chi sia venuta l’idea. Prima o poi si conosceranno il nome e il cognome del creativo di Torino. Marcello Lippi presidente della Juventus sembra fantacalcio ma, stando alle fonti di informazione, dovrebbe trattarsi di roba seria e verosimile. Non so quali siano le credenziali da dirigente che il tecnico campione del mondo possa esibire per gestire un club e non uno spogliatoio, per trattare, dialogando politicamente e non aspramente, facendo politica, disegnando strategie, e non tattiche, con i colleghi presidenti. Può darsi che abbia accumulato tali doti e tali virtù in questi ultimi anni, anche se certe sue reazioni e comportamenti, con la stampa e con i tifosi, senza tralasciare i rapporti con alcuni dirigenti federali, non sembrano confermare la tendenza alla diplomazia e al fair play. Giampiero Boniperti diventò presidente dopo un veloce cursus honorum e avendo come “mezze ali” Gianni e Umberto Agnelli. La sua furia dialettica, a volte screanzata, era aderente a un periodo in cui la Juventus faceva da padrona su tutto e con tutti, comunque Boniperti ha fatto la storia bianconera, da calciatore prima (“insieme con Parola è stato il più grande, non dico Platini che già gode di successo…” disse l’Avvocato a domanda specifica di Giovanni Minoli) e da massimo dirigente dopo, con grandi intuizioni di mercato a parte l’autogol su Maradona “glielo suggerii nel 1979, mi rispose che se fosse stato davvero grande lui l’avrebbe già saputo”, disse Agnelli deridendo la competenza bonipertiana. Gli venne tolto l’incarico, improvvisamente e con modo feroce, per affidare il ruolo esecutivo a Luca Cordero di Montezemolo (con Vittorio Chiusano presidente). Lo stesso Montezemolo venne sollevato dal mandato, dopo un anno fallimentare e fokloristico, con questo commento di Agnelli “vedremo che cosa vorrà fare da grande”. <span> </span>La nuova Juventus dei “senza Agnelli” si è messa nelle mani di un manager francese<span>  </span>con scarsissima conoscenza di cose calcistiche, Blanc. Costui ha eliminato, strada facendo, alcune personalità che con lo sport avevano e hanno a che fare, da Cobolli Gigli, a Tardelli, a Montali; adesso, con il mare in tempesta, ha recuperato Bettega, ha accettato che riapparisse Andrea Agnelli e spera di delegare a Lippi la carica presidenziale, occupandosi esclusivamente di ciò che meglio conosce: dicesi “progetto”.</font></p>
<p class="Newsroom"><font face="Courier New">Fabio Capello, con la Juventus, da calciatore e da allenatore, <span> </span>ha segnato un’epoca importante, sarebbe stata la scelta ideale, tenuto conto del carattere e della perizia, per ricompattare un ambiente lacerato da calciopoli e dalla lotta intestina. Ma lo stesso Capello si era chiamato fuori proprio allo scoppio dello scandalo, perdendo l’occasione di dare una svolta alla propria carriera. Marcello Lippi ha fatto la cronaca più che la storia della Juventus, nulla negando ai suoi meriti di allenatore nel periodo della nascita del grande ciclo; conosce l’ambiente, sa di football come pochi, ma non ha le caratteristiche di un dirigente, di un uomo di equilibrio politico, capace di affrontare le difficoltà con la freddezza e il cinismo necessari e soprattutto non potrebbe disporre degli stessi paracadute che furono per lui importanti nei momenti difficili a Torino. Ma l’ambizione del viareggino non conosce limiti, così come l’improvvisazione (o l’astuzia calcolata) dell’attuale dirigenza juventina. Può accadere di tutto, senza che accada nulla. </font></p>
<p><font face="Courier New"> </font></p>
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		<title>Van der Sar</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 11:24:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tony.damascelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tony Damascelli Non c’è stato natale per Edwin van der Sar. Le luci sull’albero si sono spente il pomeriggio di mercoledì ventitre dicembre.Anne Marie Van Kesteren, sua moglie, di colpo ha visto il buio, è crollata a terra, emoragia cerebrale. Joe e Lynn, i due figli, due bambolotti increduli, aspettavano la slitta di santa Klaus, carica di doni. Hanno visto arrivare l’ambulanza che si portava via mamma Anne. E’ stata ricoverata in una clinica olandese, per la terza volta. Anne Marie ha gli occhi chiusi, è grave, Edwin van der Sar ha deciso di lasciare a casa i guanti, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font face="Courier New"></p>
<p class="Newsroom">Tony Damascelli</p>
<p class="Newsroom">Non c’è stato natale per Edwin van der Sar. Le luci sull’albero si sono spente il pomeriggio di mercoledì ventitre dicembre.Anne Marie Van Kesteren, sua moglie, di colpo ha visto il buio, è crollata a terra, emoragia cerebrale. Joe e Lynn, i due figli, due bambolotti increduli, aspettavano la slitta di santa Klaus, carica di doni. Hanno visto arrivare l’ambulanza che si portava via mamma Anne. E’ stata ricoverata in una clinica olandese, per la terza volta. Anne Marie ha gli occhi chiusi, è grave, Edwin van der Sar ha deciso di lasciare a casa i guanti, il pallone, la sua carriera di portiere del Manchester United, sir Alex Ferguson gli ha detto di non pensarci, di stare vicino al letto dove sta soffrendo e sopravvivendo sua moglie, Edwin ha capito, a trentanove anni la carriera può interrompersi ma la vita no. Una storia dura, niente a che fare con le piccole cose, gli spiccioli esistenziali di una partita di football. Stavolta la sfida non ha un avversario riconoscibile, stavolta Edwin sa di non poter usare le sue mani per parare il male. Lo sport, ogni tanto, mostra la sua faccia migliore, direi quella vera, umana che si è andata smarrendo tra i gas di scarico di un gioco che si è fatto cattivo e propone modelli fasulli. Cesare Prandelli sa di che cosa si scrive, ha perso sua moglie Manuela Caffi e con lei una fetta di vita, di amore. Cesare abbandonò la panchina, la Roma, un’avventura importante; la sofferenza discreta, di Manuela, era più forte, più importante di tutto il resto.</p>
<p class="Newsroom">Edwin van der Sar non è mai stato un eroe, un fenomeno, un idolo, anzi dalle nostre parti lo abbiamo preso a torte in faccia, a pernacchie, a insulti. Quando giocò per la Juventus era l’orso del tiro a segno, così lungagnone e strano nell’espressione, il pallone gli scivolava via dalle mani come una saponetta sotto la doccia, ocelotti non sapeva se affidarsi alla madonna o chiudere gli occhi per non guardare. La Juventus decise di mollare l’articolo, andò a Londra dal proprietario del Fulham e di harrod’s, ai grandi magazzini di Al Fayed, l’olandese poteva forse servire. Van der Sar trovò anima e copro nella Prenier league, al punto da finire sotto l’osservazione di Ferguson che lo volle al Manchester United. Così fu, così è stato, così è. La cronaca ha proposto altre immagini, niente affatto buffe, a parte le sberle di Kakà e del Milan o ancora, le ultime del Barcellona ma mai più le sapoenette juventine. Anche perchè il ragazzone che assomiglia a Bill Gates o al meno illustre Campedelli, presidente del Chievo, quel portiere, dunque, ha fatto la storia del calcio olandese: presenze cento e trenta, in numeri 130, presenze, nessuno come lui in porta alla nazionale dell’arancia meccanica, nessun altro portiere ha vinto come lui, trentuno trofei ventuno dei quali ottenuti con la squadra di club e dieci totalmente esclusivi, individuali. Non sembra, è vero? Ma questo è il calcio di chi non urla, di chi non spaccia parole, di chi lavora e basta. Edwin van der Sar è questo, estremo difensore, si diceva e qualcuno dice ancora, l’uomo che non gioca, non corre, non dribbla ma osserva, aspetta, inossa anche una divisa diversa dai sodali, lui, Edwin in campo porta il numero 1, giusto, antico, canonico dei portieri ma in allenamento si concede un souvenir di adolescente, la maglietta con il numero 14, non un panchinaro ma il numero di Joahn Cruyff, il calcio, l’Olanda, il simbolo9 di un’epoca che ha segnato il gioco in tutto il mondo e che nell’Ajax, la squadra da dove è partita l’avventura di Van der Sar, ha rappresentato la svolta. Ma tutto questo è polvere rispetto alle ore difficili che van der Sar sta vivendo, i record, le coppe, i trofei, l’urlo del old Trafford, il teatro dei sogni, oggi non servono a nulla; Anne Marie è distesa su un letto di ospedale, Edwin, come un portiere, osserva, aspetta, gli basta un battito di ciglia, un respiro per tornare a giocare e a vivere.</p>
<p> </p>
<p></font></p>
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