Per cancellare la morte sembra che ci siano nella società occidentale due modi. Il primo e di numerizzare il decesso, specie se si tratta di vittime di qualche avvenimento o processo distruttivo.
Sei milioni di ebrei sterminati – poco importa il modo – una volta trasformati in cifre perdono la loro personalità, i loro sentimenti anche se ci sono scrittori testimoni – come Primo Levi o Elie Wiesel – che riescono ad impregnare le pagine dei loro libri del macabre, eroico, umano “sudore” della fame, della vergogna, del terrore che hanno provato, degli inimmaginabili atti di fede, coraggio, umanità a cui hanno assistito.

Lo stesso avviene con la numerizzazione di altri stermini umani perpetrati da umani. Cosa significa il milione di schiavi che sono morti nelle navi appositamente create da architetti navali immobilizzati nelle stive di velieri che hanno alimentato il commercio degli schiavi (cinque, dieci, venti milioni di africani , il numero é oggetto di sagge dispute fra gli storici) africani attraverso l’Atlantico?

E i diecimila morti in questi giorni per la violenza combinata del mare e del vento nelle Filippine? Un brivido, un commento che si spegne con un click di TV o dopo la prima forchettata di un buon piatto di pasta asciutta. ” Le lacrime si fermano – è stato detto – davanti ai monumenti”.

E’ una realtà, che ci piaccia o no, che non si può cambiare. Non siamo in controllo né dell’ambiente (e ancor meno dell’universo) come della bestialità umana.

Mi sembra che ci sia però un altro modo, meno tragico, più banale e forse controllabile, di cancellare la morte: la necrologia.

Premesso che nelle società così dette acculturate e sviluppate, nessuno sembra desinato a morire di morte naturale – si esce dalla società per cause di incidenti – non di fine di esistenze che per loro natura iniziano a morire con la nascita: lo scontro di veicoli sull’autostrada, il medico che ha sbagliato la diagnosi, l’overdose di droga, l’incapacità dei genitori (quando ci sono ancora al posto delle provette) a comprendere i figli, dei maestri gli allievi, per depressione con il suicidio, ecc ecc., in questo contesto di morte non naturale, la necrologia ha assunto due compiti fondamentali collegati con l’uscita per morte dalla società. Il primo è di ricordare che il morto o la morta sono esistiti. Altrimenti salvo gli stretti famigliari e amici nessuno lo saprebbe. Hanno vissuto come “morti che camminano” dicono molte religioni, e l’uscita dall’esistenza non fa grande differenza.

Più curiosa e moderna è la “partecipazione necrologica”, cioè l’associazione a pagamento al dolore per la scomparsa dei defunti.

Accettabile, anche se discutibile, la partecipazione pubblica e cartacea al “grande dolore”, alla inconsolabile perdita del defunto o della defunta (di personaggi femminili da compiangere pubblicamente e a pagamento sembra che ve ne siano meno ) trasformata in moda quella di defunti che spesso non si è mai conosciuti (o poco apprezzati). E’ un modo di farsi notare un processo pubblicitario – anche se inconscio – dettato da un’industria mortuaria che un tempo si accontentava del funerale e dell’annuncio affisso sulla porta di casa o della chiesa.

Ma perché sentiamo questo grande bisogno di cancellare la morte?

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