La prima volta che lo incontrai al Cairo, Butros Ghali assolveva la funzione di Ministo degli Esteri (il titolo di ministro non lo ebbe mai perché cristano). Era il 1979. Mi disse che la guerra del Kippur (1973) sarebbe stata l’ultima combattuta per ideologia e territorio. Quella successiva sarebbe stata per l’acqua. Butros Ghali pensava naturalmente a quelle che già covavano nella regione: Etiopia contro Egitto per il controllo delle sorgenti del Nilo; Turchia contro Siria per l’uso della rete di dighe che Ankara costruiva a monte delle valli del Tigri e dell’Eufrate, acqua vitale per la Siria e l’Iraq.

Oggi la guerra dell’acqua si é globalizzata moltissimo sia all’interno che all’esterno degli stati interessati nonostante tutte tecnologie sviluppate per ridurne il consumo. Questa sembra una vera e propria missione impossibile nonostante le continue dimostrazioni degli ambientalisti la cui “missione” appunto, come scrive uno dei leader del movimento stesso, lo scrittore inglese Paul Kingsnorthi,  si sta dimostrando sempre meno efficace essenzialmente per due fatti introvertibili.

Primo: il nostro pianeta deve soddisfare i bisogni di 7 miliardi di abitanti (erano un po’ più di un miliardo al tempo di Napoleone). Se la produzione di cibo ha tenuto il passo con la crescita demografica grazie alle conquiste tecnologiche ( che di fatto poi sono state rese inefficaci in molte zone del pianeta a causa di una volontà spesso criminale o per l’incapacità di distribuzione), per l’acqua il discorso è diverso in quanto l’uso stesso che se ne fa oggi è totalmente nuovo rispetto a quello che era tre secoli fa.

Secondo: con la centuplicazine delle richieste dell’industria in seguito alla rivoluzione industriale, con l’urbanizzazione sfrenata e lo sfruttamento del sottosuolo idrico, a quella che è una desertificazione naturale (per intenderci quella del Sahara) si è aggiunta una progressiva desertificazione artificiale. La conseguenza è che, oltre a controllo politico conteso delle fonti idriche, si sta sviluppando un mercato dell’acqua finanziariamente più rapace e remunerativo.

Di questa seconda situazione suggerisce un’analisi interessante Enrico Deaglio descrivendo l’assurda combinazione della tecnologia, dell’incontrastato egoismo del settore pubblico come nel caso cinese o quello non meno aggressivo del settore privato là dove esiste. Il caso dell’appetito idrico di una città come San Francisco e Los Angeles prese ad esempio da Deaglio dimostra come con la costruzione delle dighe più grandi del mondo e con il cambiamento del corso dei fiumi sono state prima inondate e poi desertificate quelle che un tempo erano vere e proprie valli dell’Eden californiano dove i contadini (tutti ovviamente immigrati) e il loro bestiame muoiono di sete ma l’alfa alfa (una pianta simile al trifoglio ma che che si ricrea ogni due mesi) e l’erba ricca e pluristagionale ancora prodotta diventano cibo per le vacche della Cina e o degli Emirati Arabi a 300 dollari la tonnellata mentre in California (soprattutto del Sud) cresce ad ampie falcate la desertificazione.

Di paesi ricchi di acqua ve ne sono sempre meno nel mondo e là dove esistono le loro sorgenti sono geograficamente concentrate. La Svizzera é uno di questi. È da qui che nasce la ricchezza fluviale dell’Europa, con la combinazione delle fonti del Reno e del Danubio. Nel caso svizzero, la denatalizzazione del vecchio continente e l’inesistenza di nuove metropoli idricamente assettate rende il problema dell’acqua meno acuto anche se politicamente ed economicamente non facimente controllabile in futuro. Il problema sembra quindi essere solo rimandato.

Un altro grande produttore e potenziale esportatore d’acqua é il bacino del Congo che però non è ancora tecnicamente e politicamente sfruttabile. In Amazzonia lo sfruttamento idrico della foresta sfugge al controllo dei governi locali. Difficile prevedere per quanto tempo ancora queste zone ricche di acqua e di verde rimarranno sicure dall’assalto di “nuovi barbari” attirati da questo tesoro naturale se si pensa che già oggi i movimenti migratori “pacifici” hanno assunto dimensioni che rendono lillipuzioni quelli dei Goti o dei Mongoli.

Il caso cinese é eloquente e a parte. La creazione di decine di nuove metropoli, il trasferimento più o meno coatto di centinaia di milioni di esseri umani dalla campagna alle città con bisogni industriali e sociali del tutto nuovi, rappresentano una minaccia alla stabilità interna ed esterna del Paese.

Siamo anni luce lontani dalle liti per l’acqua tratta dai pozzi dei beduini o dai patriarchi biblici. Quelli moderni legalmente o illegalmente scavati, le enormi quantità d’acqua richiesta dall’estrazione del petrolio e del gas contribuiscono alla desertificazione del soprasuolo e dell’ecoambiente. Un processo che molti denunciano ma nessuno sembra in grado di arrestare.

Il fatto curioso è che per il momento l’unico paese che è riuscito a coprire i suoi crescenti fabbisogni idrici e perfino ad esportare acqua (per gli impegni presi con gli accordi di Oslo con la Giordania e molto saltuariamente con la Cisgiordania ) é Israele, uno dei più deficitari in fatto di acqua della regione. Lo ha fatto costruendo la rete di desalinizzazione di acqua marina più grande al mondo, inventando l’irrigazione a gocce, sviluppando un’agricoltura adatta alla salinità di terreni deserti e salmastri, mettendo a punto sistemi economici di reciclaggio di acqua urbana che hanno permesso la restituzione dell’acqua a terreni paludosi bonificati 40 anni (tali terreni sono diventati poi importanti siti di turismo ornitologico in quanto con la deviazioni del corso dell’acqua è stato deviato anche il percorso degli uccelli). Tutto questo spiega perché oltre alla Fiera del Libro a Gerusalemme si tiene a Tel Aviv la Fiera dell’acqua con 200 e più partecipanti (accanto e per differente scopo al Festival internazionale dei gay).

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