Agli inizi di dicembre sono stato ospite di un convegno, organizzato a Bruxelles da Magdi Cristiano Allam, dal titolo molto esplicito: “Morire per l’Euro?”. Mi sembra che nell’ultimo anno la voce di chi ritiene che si debba uscire dalla divisa continentale si faccia sempre più forte e trasversale. Dunque pubblico qui l’articolo che ho scritto dal Parlamento Europeo.

 

Nella tana del leone. Un cartonato di Martin Schulz, ruvido presidente del Parlamento europeo noto alle cronache italiane per l’impiego da kapò offertogli da Silvio Berlusconi, intimorisce i turisti delle istituzioni europee con un benvenuto algido e teutonico.
L’euroburocrazia ha aperto le sue porte alla negazione di se stessa, al “mostro” che la terrorizza e teorizza la sua dissoluzione. Almeno dal punto di vista economico.
“Morire per l’euro?” è questo il provocatorio titolo del convegno, ad alto tasso di euroscetticismo, che ha preso corpo nella sede del parlamento europeo di Bruxelles. Perché l’uscita dalla moneta unica è un sentimento che trova sempre più consenso tra i cittadini e, questa è la teoria dei tre relatori, non solo è una strada percorribile ma anche un “destino” inevitabile. Basta coi tabù ma, soprattutto, col terrorismo psicologico.

Lungo i corridoi atoni del parlamento scorrono automaticamente burocrati, travet e deputati. Manovratori sconosciuti di un continente che non riesce più a uscire dalle secche della crisi. Ma nelle stanze ovattate dalla moquette, oltre i muri foderati di legno e dietro le pareti insonorizzate dai cristalli sembra non arrivare l’urlo di rabbia di milioni di europei.

“Siamo in guerra”. Magdi Cristiano Allam – eurodeputato, editorialista del Giornale e organizzatore dell’incontro -, non usa mezzi termini, parla di sovranità lesa, di libertà mutilate e di povertà diffuse: “La terza guerra mondiale è già iniziata, un conflitto finanziario è già esploso ed è costato agli Stati Uniti otto mila miliardi di dollari, il doppio della Seconda Guerra mondiale. E proprio come una guerra fa anche le sue vittime: trenta milioni di disoccupati. Siamo di fronte a un crimine epocale: l’Italia ricca si sta impoverendo. L’unica soluzione possibile per uscire dalla crisi è il riscatto della sovranità monetaria, legislativa, giudiziaria e nazionale”.

Anche per Claudio Borghi Aquilini, docente di economia alla Cattolica di Milano ed editorialista del nostro quotidiano, la condizione necessaria al cambiamento “passa forzatamente per uno smantellamento dello strumento di costrizione rappresentato dalla moneta unica. Per spaventarci ci raccontano che l’uscita dalla moneta nuova porterebbe catastrofi e distruzioni. Ma non è così. Basta con questa follia. L’uscita dall’euro è l’unica strada per la libertà”.

Perché l’economia viaggia mano nella mano con la democrazia. “I governi hanno delegato l’intera gestione dell’unione a dei burocrati – attacca Antonio Maria Rinaldi, docente di Finanza aziendale all’Università di Chieti-Pescara -. Non c’è più democrazia, ma una dittatura economica”.

Il popolo dell’euroscetticismo punta il dito contro il Moloch della burocrazia europea, ma anche contro le banche e la finanza privata. “L’Euro è un morto che cammina – annuncia Alberto Bagnai, professore di Politica economica all’Università -. Ma il fallimento della moneta unica era già scritto, era previsto dalle teorie economiche; i politici hanno scelto questa unità monetaria contro ogni logica”.

Quindi? Quindi – secondo i tre economisti – bisogna iniziare uno smantellamento controllato del sistema Euro, a partire dal paese più competitivo. Cioè la Germania di Frau Merkel e – a seguire – il Belpaese.

Gli euroscettici che hanno osato bestemmiare l’Euro nella cattedrale dei burocrati non hanno dubbi: la Lira si sta già agghindando per il suo gran ritorno, la moneta unica ha gli anni – i più ottimisti dicono i mesi – contati. E la battaglia contro Bruxelles, sostengono tutti all’unisono, sarà il primo punto nell’agenda di molti dei partiti che si presenteranno alle europee della prossima primavera. La rabbia contro l’Europa delle tasse, del rigore e dell’austerità monta sempre più.

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