C’è tutto. C’è proprio tutto nella storiaccia dei bambini a cui gli insegnanti fanno cantare i fasti di Renzi. C’è tutto il peggio dello spirito del nostro Paese. C’è quell’eccesso di saliva tipico di chi si vuole accreditare a tutti i costi, c’è la cerimoniosità affettata e innaturale, c’è lo spostamento maldestro sul carro del vincitore, il desiderio di genuflettersi al potente di turno, sempre e comunque. Ma soprattutto c’è l’imposizione. C’è l’utilizzo di un ruolo, quello della formazione, il più importante e delicato, per scopi impropri. Ora ce lo devono spiegare, il maestro e  il dirigente dell’istituto, se nei programmi scolastici è previsto l’ossequio (bavoso) nei confronti dei potenti, se è legittimo strumentalizzare dei bambini. Cosa c’entra la politica con la scuola dell’obbligo? C’era un modo semplice per omaggiare la bandiera, lo Stato e quindi anche il presidente del Consiglio: cantare l’Inno di Mameli. Ha ragione Renzi: la ricostruzione del nostro futuro parte proprio dall’istruzione. E allora di questa scuola, quella colonizzata dalla politica e umiliata dai sessantottinismi, quella che si dimentica delle Foibe ma non perde occasione per fare propaganda, deve fare tabula rasa. Non solo: adesso ci devono spiegare se quella italiana è una scuola pubblica o è una scuola di partito. O di regime. Il primo a trarre vantaggio da una spiegazione sarebbe proprio il premier, che è troppo giovane per ignorare che tutte le materie imposte finiscono per essere odiate. La scuola, che ha rovinato persino Dante Alighieri e Giacomo Leopardi, non risparmierebbe neppure Renzi.