Basta con l’8 marzo. Smettiamola con l’ipocrisia: la festa della donna è diventata una caricatura, un prolungamento del carnevale durante il quale le donne si travestono da femministe (per 24 ore). Uno schiaffo all’intelligenza femminile. Una data buona solo per dare agio alle Boldrini di spolverare le loro prosopopee elettorali, per riempire i ristoranti e vendere un fiore altrimenti inutile. (Fatemelo dire: ma che tristezza quelle tavolate dell’8 marzo in cui si autorecludono plotoni di donne. Mi ricordano le scuole di un tempo in cui maschi e femmine venivamo smistati in aule differenti.)

Grattate la superficie di questa festa e sotto non troverete nulla. Solo donne e uomini che si parlano addosso, che rianimano – una volta all’anno – fantasmi che la mattina del nove sono già scivolati nella naftalina della memoria. La lotta per i diritti rosa è una battaglia quotidiana e non un compleanno da soffiare via con il fumo delle candeline. Una crociata che, secondo me, non può essere combattuta a colpi di “quote”. Cioè elevando a sistema la divisione tra i sessi. Bisogna edificare ponti, non alzare muri o scavare fossati. O, peggio ancora, gabbie dorate come le quote rosa: una roba umiliante, da specie protetta. Le donne non hanno necessità di un doping che sarebbe squalificante per le loro stesse carriere (lo spiega benissimo, sul Giornale, Ida Magli). Me lo immagino già il cretino di turno dare di gomito al vicino e dire: “Certo quella è entrata solo grazie alle quote rosa”. E la mascolina gomitata non si può certo fermare con un codicillo infilato in fretta e furia dentro una legge. Suvvia, le donne non sono dei panda da inserire nello zoo dello politica in virtù delle loro caratteristiche genitali. Piuttosto per loro doti geniali. E la politica dovrebbe essere una questione di senso, non di sesso, civico.