Post femminista e disinvolta, Maria Elena Boschi è l’anti Boldrini. Corpo del renzismo e anticorpo all’ossessione sessista. La nemesi del femminismo che castiga e punisce il femminino. Finalmente. Finalmente un ministro che non ha bisogno di farsi chiamare ministra per dimostrare che è una donna. Si è presentata al giuramento con un tailleur blu acceso e tacchi (che barba la retorica delle scarpe basse!) che ha sconvolto non si sa bene chi. Ha ammonito i sempre acuti osservatori di soffermarsi più sulle riforme che sulle sue forme e ora nel salotto vespiano si è abbandonata a una dichiarazione che è un manifesto liberatorio. “Non credo che si debba mortificare la propria femminilità per essere più credibili e per sembrare più serie”. La pietra tombale sull’isteria femminista che vuole calcare i burqa in testa a tutte le donne, specialmente quelle belle, in nome di una parità che è solo un’omologazione. La bellezza non è una vergogna e lei, senza ostentazione, la esibisce con disinvoltura e senza complessi. Non per niente l’imitazione della Boschi non ha scatenato le ire della ministra, ma quelle della solita Boldrini, che non ha perso l’occasione per lanciare strali contro la “satira sessista”.  E, sinceramente, di donne che vedono discriminazioni anche nella divisione dei cessi della stazione, ci siamo rotti le scatole. Presidente,  lasci in pace tutte le signore che stanno bene nei loro panni. Siano gonne o pantaloni. Brava la Boschi che ha smascherato l’ipocrisia di un femminismo che in nome di una presunta liberazione si è trasformato in un proibizionismo moraleggiante, chiudendo in gabbia naturalezza e femminilità.

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