In Francia infiamma, in Italia è un lumicino (votivo). La fiamma tricolore svetta sull’Europa ma, al netto del mio daltonismo, i tre colori non sono quelli della bandiera italiana. Partiamo dalla coda: il Fronte Nazionale di Marine Le Pen ha potenzialmente stravinto le amministrative d’Oltralpe. Dico potenzialmente perché a livello nazionale l’estrema destra francese ( la chiamo così per convenzione, ma non ha più senso farlo) porta a casa un 7 per cento apparentemente striminzito, ma che in realtà è come una matriosca al rovescio: un piccolo risultato che ne contiene uno enorme. Perché il Fn si è presentato solo in 600 dei 36mila comuni francesi. Un esempio: a Henin Beaumont il candidato lepeniano ha stravinto al primo turno, portando a casa più del 50 per cento delle preferenze. Quello della figlia del destrissimo parà è un successo più che annunciato, dai sondaggi e anche dai sempre scettici giornali francesi. La bionda segretaria – al timone del partito da quattro anni – ha saputo girare le vele in favore del vento antieuropeista, senza dimenticare i capisaldi della politica frontista: lotta all’immigrazione, sicurezza, difesa dell’identità nazionale e maggiore giustizia sociale.

Ma ora traslochiamo la questione di nuovo qui in Italia e torniamo all’inizio di questo post: in Francia la Fiamma infiamma, in Italia è un lumicino (votivo). Perché il Fronte Nazionale è in un certo senso il figlioccio (ben riuscito) dell’italianissimo Movimento Sociale Italiano. Il Fn è nato nel 1972 a immagine e somiglianza del MSI, a partire proprio dal simbolo: che era proprio una fiamma tricolore bianca, rossa e blu (antenata di quella che a tutt’oggi campeggia sul simbolo del partito della Le Pen. Quindi, mentre in Italia la fiamma tricolore è da anni sepolta e solo oggi ritorna, piccina picciò, nel simbolo di Fratelli d’Italia, in Francia svetta in cima alle classifiche di gradimento. Cosa è successo alla destra italiana? Che fine ha fatto? È riuscita a farsi superare persino da chi era partito emulandola. Di pancia verrebbe voglia di chiudere il discorso con una risposta tranchant: i cugini francesi non hanno avuto Gianfranco Fini. Cioè il suicidatore della destra italiana. Il Fronte Nazionale tra scazzi interni e familiari, debiti, liquidazioni e ricadute è sempre riuscito a sopravvivere e rialzarsi. La destra italiana, si chiami Movimento Sociale o Alleanza Nazionale, invece si è schiantata contro la maldestra ambizione del delfino di Almirante. Uno che tra gli Ottanta e i Novanta andava a fare gli “erasmus” in Francia per stringere alleanza con il Le Pen padre, senza – evidentemente – capire un tubo della lezione francese. C’è anche un aneddoto curioso su questa strana amicizia tra destri. Nel 1990, all’alba della prima guerra del Golfo, Jean Marie Le Pen (allora segretario del Fn) e Gianfranco Fini (allora segretario del Msi, non ancora innamoratosi dell’atlantismo) andarono in pellegrinaggio da Saddam Hussein chiedendo (e ottenendo) il rilascio di 15 prigionieri. Per la cronaca: poco dopo volò a Baghdad con lo stesso fine anche Formigoni (allora vicepresidente del Parlamento europeo, non ancora innamoratosi di scarpe di pitone, tshirt con dragoni e cappotti in pelle).

Insomma, in Italia questa benedetta fiamma non è più pervenuta. Ci sono La Russa, Crosetto e la Meloni, lì coi legnetti a cercare di far scoccare almeno una scintilla. E ci hanno provato anche con la diavolina della battaglia contro gli eurocrati, staremo a vedere che cosa dirà il barometro delle elezioni del 25 maggio. Ma nel frattempo alcune delle tematiche care al Movimento sociale (tendenzialmente le più becere) sono state scippate da un altro Movimento: quello Cinque Stelle. Uno scherzo del destino. E pare che in Italia la destra non sia stata in grado di alzare le vele nella direzione giusta, tirando fuori al momento opportuno le tematiche che da anni aveva nel suo armamentario. È stata colpa del contesto politico – dirà qualcuno – che è molto diverso da quello francese. Certo, ma è anche un po’ colpa di quel maledetto autocompiacimento da riserva indiana che caratterizza la destra tricolore, perché anche il ghetto alla fine offre una comoda rendita di posizione. Tutto condito da un certo snobismo nei confronti della pancia del Paese. Dunque? Dunque l’impressione è che gli elettori di destra siano ancora una volta “esuli in Patria” (il diritto d’autore appartiene a Marco Tarchi, uno che sulla stupidità di una certa destra potrebbe scrivere un’enciclopedia).