Non ce l’ho mai fatta a sentirla mia, questa festa. Questo 25 aprile. Questa Liberazione che divide. Scusatemi, capisco che in Italia si è passibili di squalifica morale, se non si venera il feticcio della Resistenza. Ma è proprio questa retorica del 25 aprile, questo obbligo alla  memoria telecomandata, questa venerazione basata su una storiografia incerta e inevitabilmente scritta dai vincitori. Sono loro, i vincitori, che hanno in mano il pennarello della storia, lo scalpello del ricordo condiviso, le chiavi della ztl del pensiero buono, giusto e corretto. Ci hanno costretto per anni a studiare quella storia, sui banchi di scuola. A imparare quella versione, a suonare quelle note. Forse, almeno per me, la claustrofobia nei confronti del 25 aprile è nata proprio a scuola, quando volevano farmi intonare col piffero le note di Bella ciao. E io col piffero che le volevo suonare. Immaginatevi il casino. Per il gusto di rompere le balle, più che per una conoscenza dei fatti. Poi però scopri che alla fine l’Italia più che i partigiani l’hanno liberata gli angloamericani, scopri che lo strascico della guerra civile – nel silenzio – ha insanguinato per anni il Paese e scopri che dall’altra parte c’erano dei ragazzi normali. Dimenticati. Buoni, cattivi, canaglie, bastardi, venduti e traditori? Sì, certo, da una parte e dall’altra. Principalmente italiani. Di serie A e di serie B. Ma sempre italiani, che hanno imboccato strade diverse. Italiani che, come i fratelli partigiani, hanno diritto alla memoria. Per questo il 25 aprile non è una festa degli italiani, ma solo di una parte di italiani. Una gigantesca festa dell’Unità che non unisce ma divide. Perché la retorica dei pugni alzati, delle bandiere rosse e di Bella Ciao scava fossati, non edifica ponti. A Madrid, nel mausoleo della guerra civile, i “nacionales” di Franco riposano vicino ai “republicanos”. In Italia siamo ancora a giocare col bilancino del camposanto, a questionare sulle tombe a sputare sulle bare. Siamo il Paese della rissa perpetua e della rimozione collettiva. Son tutti nipoti di partigiani in Italia, non c’è traccia di un discendente di fascista. Puff. Scomparsi. Ed è da questa retorica che, ancora oggi, dobbiamo liberarci.

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Mi permetto di darvi alcuni spunti. Sul Giornale di oggi (e anche sul GiornaleOff.it) Vittorio Macioce ha scritto un articolo splendido sugli italiani segnati dalla discordia, divisi su tutto, persino sulle feste, leggetelo se avete tempo. Seconda segnalazione. Una riflessione di qualche anno fa di Massimo Fini, un maestro di giornalismo e un alfiere del pensiero scomodo (l’articolo integrale lo potete leggere qui): “Nell’ambito di quel grandioso e tragico evento che fu la seconda Guerra mondiale, la Resistenza fu un fatto marginale, che riscattò moralmente solo quelle poche migliaia di uomini e di donne che vi presero parte. Non il popolo italiano che aveva aderito compatto al Fascismo, e anche all’abominio delle leggi razziali, che lo abbandonò quando cadde e che poi stette alla finestra per vedere chi vinceva la partita, salvo scatenarsi, dopo il 25 aprile, nel più bestiale dei modi con lo scempio di piazzale Loreto. (…). Io ho il massimo rispetto per i partigiani che si batterono e anche morirono per un’idea di libertà, ma ho altrettale rispetto per i ragazzi che, in nome di altri valori, l’onore e la lealtà, andarono a morire per Salò, ingannati e traditi da Mussolini che, dopo tanta retorica sulla bella morte’, fu pescato a fuggire travestito da soldato tedesco”.

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