Che barba, che noia. La solita solfa, la stessa musica. Suonano sempre lo stesso disco rotto e invece abbiamo già sorpassato l’era dell’Mp3. Nel giorno del concerto domina lo sconcerto di vedere sempre le solite facce, le stesse bandiere e gli stessi slogan. Il Concertone, con il suo corollario di cortei e comizi, mi ricorda sempre dì più quelle rievocazioni medievali che in estate organizzano negli antichi borghi. Rievocazioni che poi, loro malgrado, finiscono per contorcersi in parodie e caricature. Perché sotto la tunica da crociato sbucano le Nike e dalla tasca fa capolino l’Iphone. Ecco, a me il Concerto del primo maggio, fa quell’effetto lì. Tutti in piazza per la festa del lavoro, lavoro che non c’è, in un Paese devastato dalla disoccupazione e dagli scoraggiati (pare che siano più di tre milioni), cioè quelli che non hanno nemmeno più la speranza di trovarlo, un impiego. Il clima, più che da festa, sembra quello di un funerale.

Sopra e sotto il palco spumeggia un’umanità sempre uguale a se stessa, attori diversi nascosti sotto un’unica maschera. Tutti engagé loro, in cerca di un contratto di ingaggio gli altri. È il tripudio del buonismo, del pauperismo, del terzomondismo, dei centri sociali, della meglio gioventù.

Sono almeno vent’anni che il primo maggio sfrizionando sul telecomando finisco su Rai Tre (e dove sennò?) ed è un po’ come essere catapultati su una macchina del tempo. Tutto uguale. Lo sguardo accigliato del conduttore che sbrodola politicamente corretto e suda sociologia riciclata, il gruppo impegnatissimo che sbraita deliri in difesa di chissàquale minoranza dispersa nel Caucaso, il cantante che parla di padroni e capitalismo come se Il Capitale fosse ancora caldo di stampa. Sempre gli stessi, ormai mummificati dal passare degli anni. La solita combriccola di compagnucci salottieri, quelli che d’estate si suona alla Festa dell’Unità, d’inverno negli Arci e nei centri sociali. La casta degli artisti (?) di sinistra.

Sotto il palco la solita monotonia: un’emorragia di bandiere rosse e bandiere del Che (sapesse dove è finito sarebbe il primo a ribellarsi), lattine di birra, qualche nuvola densa di cannone e la solita retorica del protestante in stato di agitazione permanente. Quelli delle K, per intenderci. Tutto a spese dei sindacati, tutto in quella voragine oscura che non conosce nessuna verifica sui conti. In attesa che Renzi, lo ha promesso anche ieri, faccia luce sulla contabilità e gli sprechi. Forse, allora, anche il primo maggio smetterà di stonare.