Nome: Gennaro. Qualifica: capo ultrà della curva Sud del San Paolo. Soprannome: Genny ‘a Carogna. Nomen omen. Signori sappiatelo: è stato lui per un minuto, forse un’ora, il presidente della Repubblica italiana. Non chiamatela Coppa Italia, semmai Accoppa l’Italia. Lui, quello a cavalcioni della palizzata dell’Olimpico, quello che dirigeva l’orchestra. Quello della trattativa. Non la fantomatica trattativa Stato-Mafia, la trattativa Stato-Ultras. Tutto fuorché segreta. Perché non c’è stato neppure il pudore dell’omertà e dell’occultazione. Tutto in diretta sulle reti Rai. Lui, quello con la maglietta che inneggiava a Speziale, l’assassino di Raciti, ispettore di polizia ucciso negli scontri tra i tifosi del derby Catania-Palermo. Lui che, con quella maglietta, tratta con le forze dell’ordine (che presumibilmente vorrebbe stecchire) e con i dirigenti delle società sportive. E decide che alla fine sì – per sua clemente concessione – la partita si può giocare. Non c’è nulla di nuovo, all’apparenza. Copione già srotolato: Genova, stadio di Marassi, nel 2010 Ivan Bogdanov fa la stessa cosa. Ma era tutta un’altra storia. Perché la storia, quella che passa sui libri e si infila nelle memorie di tutti, è fatta di simboli. E ieri sera all’Olimpico è andata in scena una farsa travestita da tragedia. Sessantamila persone, nello stadio della Capitale. C’è tutta l’Italia che conta. C’è il presidente del Consiglio Matteo Renzi, grande tifoso viola. C’è il presidente del Senato Piero Grasso, custode della legalità e della costituzione con le iniziali maiuscole. Ci sono i patron delle squadre, poteri forti e potenti industriali, Diego della Valle e Aurelio De Laurentiis. C’è la casta intellettuale, rappresentata dall’Oscar Paolo Sorrentino. In ossequio alla par condicio c’è pure la compagna del Cavaliere, Francesca Pascale. Tutti ostaggio di Genny. Tutte vittime di questo catodico sequestro di persona. E ci sono le forze dell’ordine, anche loro sequestrate.
C’è un Stato alla mercé del primo che passa, del primo delinquente con un piatto di lenticchie di potere di ricatto. E’ un paradigma brutto, questa serata di pallone a cui bisognerebbe dare un calcio. Va in diretta l’umiliazione del governo e delle sue più alte cariche. La rappresentazione fedele di uno Stato infedele (e incapace). Il reality show di un Paese acefalo e allo sbando. Mentre Genny decide Renzi, a poche centinaia di metri distanza fa finta di niente, probabilmente giocherella con l’IPhone. L’uno e l’altro, il premier e l’ultra, spettatori e attori della rappresentazione di un Paese che va allo sfascio, di uno Stato impotente e vigliacco, che non conta nulla ma che calcola solo la legge del più forte. Dopo aver visto in diretta tv Genny ‘a Carogna decidere di una partita (e chi se ne fotte, alla fine, di un gioco), di sessantamila spettatori, di chissà quanti milioni di telespettatori, di un premier e di un presidente del Senato, per favore non chiedeteci di rispettare questo Stato. Perché non ce la faremmo. E ci fa anche un po’ schifo lo Stato che da noi pretende tutto e a Genny ‘a Carogna concede qualsiasi cosa.