Facciamo un gioco. Facciamo finta che in un Paese qualunque del mondo un presidente del Consiglio sia stato costretto alle dimissioni. Dimissionato, disarcionato, scalzato. Dite un po’ come vi pare. Questo signore aveva preso un sacco di voti alle elezioni. Certo poi c’erano state le inchieste giudiziarie, una campagna mediatica a base di letame, gli smottamenti all’interno della sua compagine politica (tutti fenomeni spontanei? Pare di no) e logicamente un’erosione del sostegno popolare. Ma lui, questo signore, le elezioni le aveva vinte e aveva tutto il diritto, nel bene o nel male, di arrivare alla fine del proprio mandato. Poi ci avrebbero pensato gli elettori a premiare o bocciare, confermare o sostituire. Invece no. Via il presidente legittimamente eletto e al suo posto arriva un professore, mandato da chissà chi con lo scopo di spremere come limoni gli italiani e fare piazza pulita del patrimonio del Paese. Poi, loro malgrado, ci sono state le elezioni. E, complice una competizione senza vincitori, via di nuovo con i premier saltati fuori dal nulla. Si parte con un anonimo, mesto e modesto uomo di partito. Colto, intelligente e nipote di potente, ma piuttosto insipido. Nel giro di un anno scompare nel nulla. Voi lo sapete perché a un certo punto si è fatto da parte? No, perché non lo sa nessuno. Ma poco importa, perché poi è arrivato – sull’onda della stampa internazionale e di un libro con uno scoop che non è uno scoop perché quella storia la sapevano già tutti, l’uomo della provvidenza (interinale). Amatissimo, giovanissimo, ruspantissimo e ambiziosissimo. Insomma, un figo. Peccato che non lo abbia eletto nessuno neppure lui, ma queste sono quisquiglie, particolari per causidici ossessionati. La Merkel lo benedice, Obama annuisce, Londra lo accoglie e la finanza gli dà una pacca sulla spalla a mo’ di investitura feudale. E gli elettori? Ma va… Quelli non contano un accidenti. Li si manda a votare una volta ogni tanto per fargli credere che contano qualcosa. Una comparsata collettiva, col tacito assenso di tutti.

Ecco, ora continuate a far finta – anche voi che detestate Forza Italia e il suo leader – che il signore del primo paragrafo, il premier eletto, non si chiami Silvio Berlusconi. Come vi sentite? Siete incredibilmente incazzati? Io spero di sì, spero che lo siate. Se siete italiani. Perché questa non è una questione di berlusconismo o di antiberlusconismo, di destra o di sinistra, di Renzi o di Grillo. Questa è una questione italiana. Di libertà. Non fatevi accecare ancora una volta dall’odio per il Cavaliere. Questa è l’ennesima prova provata che l’Italia è una Repubblica a responsabilità limitata, una srl di chissà quale combriccola d’affari, che il nostro voto non conta nulla e – soprattutto – che il nostro governo va bene nella misura in cui non persegue gli interessi italiani. Non è una novità, la storia recente lo insegna. Ma non è mai stato così lampante nella sua evidenza: siamo un Paese a sovranità limitata.

La rivelazione di Geithner sulla caduta di Berlusconi accende i riflettori su una pagina buia della nostra storia che non è uno schiaffo a Berlusconi. È un oltraggio a tutti gli italiani. Tutti. Nessuno escluso. Anche quelli che dal 2008 al 2011 hanno passato tutte le loro giornate a pensare a come mandare a casa Berlusconi. Ma col voto, non con un golpe ordito fuori dai confini italiani da qualche burocrate.