Non ho alcuna simpatia per Grillo. Se vi è capitato di leggere quello che ho scritto in questi anni su questo sito e in questi mesi su questo blog ve ne siete accorti. Ho iniziato a occuparmi del fenomeno grillino ancor prima che nascesse il Movimento 5 Stelle e, con fasi alterne, non ho più smesso. Ho pure scritto un ebook sul primo successo elettorale dei pentastellati, quello dell’elezione di Pizzarotti, per intenderci. Ne ho ricavato qualche soddisfazione, un po’di insulti e minacce su Facebook, l’antipatia di qualche papavero grillino e una querela. Poco male. Fa parte del lavoro. Non ho mai conosciuto Beppe Grillo e me ne dispiaccio. Anzi, a dire il vero, una volta, molti anni fa, abbiamo avuto un incontro ravvicinato. Durante uno spettacolo a Portovenere, in un’afosa notte di agosto, l’allora comico si è catapultato giù dal palco strapazzando un paio di spettatori strapaganti e infilando la testa di uno di loro sotto la sua maglietta, a contatto con la panciona zampillante sudore. Ecco, quello spettatore ero io. Ora credetemi, anche se sarebbe una ragione più che sufficiente, non è per questo che mi interesso alla sua irresistibile ascesa politica.

Oggi però voglio spendere qualche riflessione in sua difesa. Che sia a un’incollatura da Renzi o lo abbia già sorpassato poco importa. Questo lo decideranno gli italiani. Ma quello che fa schifo è il clima di minaccia e di ricatto che precede queste elezioni. In questi ultimi giorni si è allungata sulla campagna elettorale ancora una volta l’ombra dello spread. Questo maledetto differenziale a cui è criminalmente appesa la democrazia italiana dal 2011. Quando decisero che Berlusconi doveva farsi da parte e vollero inchiodarlo con la truffa dello spread. Oggi, in sedicesima, lo spread sta tornando e nel mirino è finito il M5S. È una pistola poggiata sull’urna elettorale. Un monito. Un messaggio mafioso. “Se vincesse Grillo salirebbe ancora di più”, dicono i politici piromani. “Sale per colpa dell’incertezza politica del momento”, spiegano i tuttologi. Ma l’incertezza politica si chiama democrazia. Il problema è che lo spread, e soprattutto chi lo manovra, è allergico alle elezioni e al dibattito democratico. È insofferente all’assurda pulsione di questi italiani a cui viene in mente persino di andare a votare e scegliersi i propri rappresentanti. Anche a costo di sbagliare. Senza avere attorno badanti pelose e autoritarie. Grillo è un cialtrone, ma questi sono fatti nostri, più che dei mercati. Ci sono molti validi motivi per non votarlo, non questo. E se lo spread se ne fotte della democrazia e del nostro voto, allora noi fottiamocene dello spread.