Uber è una figata. Ma non trasformiamolo in un presidio di libertà e democrazia, per favore. In questi giorni a Milano e di riflesso un po’ sui giornali di tutto il Paese infiamma la polemica sulle berlinone nere che si chiamano con una app per smartphone. Per farla brevissima: i tassisti non vogliono tra le palle la concorrenza, secondo loro sleale, degli scagnozzi di Uber, la società californiana che si è inventata questo geniale servizio. Perché, al di là delle opinioni personali e dei tecnicismi burocratici, l’idea di mettere in contatto tramite un’applicazione autisti e passeggeri, fornendo un servizio di qualità alta a un prezzo competitivo, è geniale. Una furbata che mette in crisi i corporativismi sclerotizzati e ipersindacalizzati. Un ottimo anticorpo e una bella apertura alla libertà di scelta dei cittadini.

Fin qui i lati positivi. Ma non si può far finta di non vedere il cono d’ombra di legalità in cui si muove questa azienda e – soprattutto – è ridicolo trasformare Uber in un baluardo del libero mercato e della lotta all’ennesima casta, quella dei taxisti. Sembra quasi, leggendo certi siti e blog, che quella di Uber sia una battaglia grillina contro i pericolosissimi tassisti, custodi e templari di chissàquale vergognoso privilegio che la “gente” deve scardinare. È ridicolo e stupido. E ora provo a spiegarvi perché. Non sono un nemico del mercato e men che meno del denaro. Ma Uber non è la giovane start up (tra l’altro: come è odioso questo abusatissimo termine) fondata da un giovane occhialuto e brufoloso in un garage di San Francisco. Non la è più, almeno, ora che vale tre miliardi di euro. Vi dice qualcosa Mountain View? Ecco, quella roba lì su cui compulsate buona parte della vostra giornata digitale. Google ha investito 250 milioni di dollari (spiccioli per l’impero di Larry Page) su Uber, con particolare attenzione allo sviluppo di auto senza conducente.

Dunque? Dunque il caso Uber si trasforma da trafiletto di cronaca cittadina in un piccolo paradigma. Perché il nostro amico Google è un colosso che fattura più di uno stato e di conseguenza può decidere più di uno stato e può anche – analisi pedestre – fottersene di quello che gli stati decidono e legiferano. Anche qui potrebbe non esserci nulla di male. Se non fosse che gli stati sono elettivi e le aziende, giustamente, sono dei loro proprietari che le gestiscono come gli pare e piace. Giusto così. Fino a quando non si mettono a fare quello che gli pare. È la legge del più forte, e Google è forte. È un monopolista che vuole dettare le condizioni. Nella virtualità della rete e ora anche nella realità delle nostre strade. Non è il babau, ma non è nemmeno un alfiere della libertà. È un’azienda che legittimamente persegue il proprio profitto. Come Uber. Ma prendersela con la lobby dei tassisti pensando che Uber sia l’antidoto alle corporazioni è come focalizzarsi sul dito invece che sulla luna. Passare dalla padella alla brace. Dal monopolio pubblico a quello privato. E tutti questi neoconvertiti al liberismo non si rendono conto di portare acqua a un mulino ben poco liberale. Tutto qui. Detto questo, una serata scorrazzando su un Mercedes nero da oligarca russo, vale la pena concedersela.