Grillo è desaparecido. Disperso tra le sue case al mare, sprofondato nel suo fortino genovese. In vacanza dai mostri che ha creato. Perché da un certo punto di vista Grillo ha vinto. A modo suo ha vinto. Il suo è stato il più grande show a pagamento della storia dello spettacolo italiano, forse mondiale. Milioni di spettatori (ma possiamo anche chiamarli elettori) hanno pagato l’esibizione con il loro voto. Non sono andati sold out i biglietti, questa volta, ma le schede elettorali sì. Uno show diffuso, pervasivo e prolungato. Tant’è vero che quando è tornato a farli per davvero, gli spettacoli nei palazzetti, il pubblico ha preferito disertare. Perché tanto la replica andava in onda gratuitamente a Porta a Porta. E ora nessuno ne ha più voglia. Né lui di recitare, né gli spettatori di ridere di fronte al solito copione. Grillo latita, manda Casaleggio a Roma a fare il badante di deputati, cede alla concertazione democristiana di Di Maio, mette in naftalina gli ormai spuntati vaffanculo. Ma, comunque, in un certo senso ha vinto.

Probabilmente non come voleva lui, ma molte sue battaglie sono state recepite. E i grillini, di conseguenza, sono stati disarmati. La spending review (non che l’abbiano inventata i grillini, per carità) ormai è un’ossessione, i politici si vergognano ad andare in giro per strada e non perdono occasione per selfarsi (esisterà questo verbo?) appesi al corrimano del bus o a tastar zucchine al mercato. I parlamentari fanno a gara dimostrare di essere più poveri l’un dell’altro, vanno a lavorare a piedi, si stracciano le vesti, postano sul web penose e improbabili lamentele economiche del tipo come è dura sbarcare il lunario. Per non parlare della digitalizzazione e della trasparenza democratica. Ormai il Pd chiede più streaming del M5S e ogni discorso di Renzi è un lungo filotto di metafore digitali: da Twitter a Google Maps. Vogliamo parlare dell’età? Grillo è stato il primo a iniziare la crociata contro la gerontocrazia e ora si ritrova a essere lui stesso un para-gerontocrate, scalzato dal più giovane presidente del Consiglio della storia repubblicana. Che poi, detto per inciso, l’unica vittima di questa idiota battaglia anagrafica è solo la capacità, la competenza, il merito. Prima per infilarsi nei palazzi romani bastava essere ammuffiti nell’anticamera di qualche partito, a prescindere dal merito. Ora basta essere nati dopo il 1975, a prescindere dalle capacità. Insomma, tolte quelle quattro o cinque proposte recepibili (ma un bel po’ demagogiche ), che cosa resta al Movimento 5 Stelle? Le sirene, l’olio di colza, le gite sui tetti e qualche fantasticheria tipo la democrazia diretta (al momento è tecnicamente impraticabile)… Se i grillini volevano sdoganare questa battaglia delle apparenze, perché poi – sia chiaro – si parla solo di questo, ce l’hanno fatta. E quindi tanto vale che si tolgano dai piedi: la loro ragione sociale si è estinta, il progetto del loro co.co.pro è stato raggiunto. Le tematiche grillesche sono state degrillizzate, mangiate e digerite un po’ da tutti gli schieramenti. E il Movimento 5 Stelle non è più un movimento e non è neppure un partito. È solo un partito preso. Da se stesso e dai propri tic. Un catafalco che ha finito la benzina sulla strada delle riforme e non può far altro che ingombrarla e ostruirla. E ora a Grillo restano solo gli insulti. Ma quelli, si sa, sono prerogativa di tutta la politica, non solo di quella a Cinque Stelle.

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