Ci mancava solo la retorica della camicia bianca. Dopo quella della giovinezza, della  velocità e della twittata, adesso i sarti del renzismo confezionano anche la retorica del nuovo abbigliamento democratico. La divisa della “nuova” sinistra europea è immacolata, candida, opalescente. Domenica alla Festa dell’Unità di Bologna, il santuario della liturgia della sinistra, la cinquina degli alfieri della sinistra continentale (Achim Post, Pedro Sanchez, Matteo Renzi, Manuel Valls e Diederik Samson) si è presentata tutta di bianco vestita. Un particolare che non è sfuggito agli occhi degli attenti osservatori e ha dato la stura a una serie infinita di riflessioni. Alla quale mestamente mi accodo. Ma con una punta di criticità. Non tanto nei confronti dei colleghi che si sono sbizzarriti in minuziose descrizioni sartoriali, narrando con tono epico il tramonto del “botton down” in favore del collo alla francese con vele di dimensione ridotte. Alt, si fermino tutti quelli che stanno già per sfoderare l’indice accusatorio per denunciare la mia solidarietà con la casta dei pennivendoli, solidarietà che in questo caso potrebbe anche configurarsi come una pericolosa forma di intelligenza col “nemico”. Discettare sul portato rivoluzionario di questo cambio d’abito, dalla camicia rossa a quella Brook Brothers sino a quella bianca, è legittimo. Ma a patto che si ammetta che è una delle poche novità visibili che la sinistra abbia portato sulla scena del Vecchio Continente.

A me, piuttosto, preme macchiare questa gigantesca apologia della camicia bianca. Alla fine dei conti, nella società del selfie, l’estetica pare essere rimasta una delle ultime forme di etica. Quindi, questa esibizione di bucati così candidi (e candidati così bucati, volendo) che ti aspetti di veder sbucare la nonnina dell’Ace a magnificare le straordinarie capacità del detersivo, un qualche senso lo deve pure avere. Non per nulla, il caro premier ha mangiato i tortellini, attovagliato tra le vecchie volontarie della Festa, con una camicia azzurra (maculata di sudore) e poi si è arrampicato sul palco con la solita – e celebre – tenuta lattiginosa.

Che poi, parliamoci chiaramente (avverbio non fu mai più adeguato), la camicia bianca è un classico immarcescibile, qualunque uomo normodotato di buon gusto ne ha una collezione nell’armadio. Non si può non avere. Ma da qui a farne una divisa…  Invece i gazzettieri del renzismo hanno già principiato a magnificarne il simbolismo. Per carità, rispetto alle camicie fiorate di Formigoni, il gesto di Renzi si può classificare come un passo avanti nel cammino dell’umanità. Ma non costituzionalizziamo anche la camicia bianca. Altrimenti poi ci tocca smettere di indossarla. Le lavandaie del renzismo, steso come unica idea sopravvissuta alle ideologie, passano le giornate a inamidare uno straccio drammaticamente floscio. E ripiegato su se stesso. E di questo condominio culturale, che si crede universo, la camicia bianca è l’insignificante significato. La lavagna bianca sulla quale scrivere qualsiasi cosa.

La camicia bianca, come dicevamo, è un’architrave della moda maschile. E in certe circostanze non si può non indossare. Ma è anche un po’ anonima e banale. Va su tutto e quindi finisce per non esaltare nulla, piace a chiunque ma non appassiona nessuno. Non disturba, ma non esprime una grande personalità. Non è impegnativa come un tessuto rigato o quadrettato, ma non ne ha neppure l’impronta decisa e ha il sapore dell’abdicazione nei confronti della scelta.

Quei cinque signori sul palco di Bologna, pantaloni scuri e camicia bianca d’ordinanza, mi sembravano più camerieri che statisti o aspiranti tali. Con tutto il rispetto per i camerieri. L’importante è che non diventino domestici di Bruxelles, della finanza e di tutti quei poteri, non troppo candidi, che tentano quotidianamente di strangolare gli interessi nazionali. Anche perché, ai camerieri, prima o poi si chiede il conto…

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